Il Diritto di chiedere aiuto

Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte e gli dice: “Amico, prestami tre pani, perché un amico mi è arrivato in casa da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti”; e se quello dal di dentro gli risponde: “Non darmi fastidio; la porta è già chiusa, e i miei bambini sono con me a letto, io non posso alzarmi per darteli”, io vi dico che se anche non si alzasse a darglieli perché gli è amico, tuttavia, per la sua importunità, si alzerà e gli darà tutti i pani che gli occorrono. Io altresì vi dico: chiedete con perseveranza, e vi sarà dato; cercate senza stancarvi, e troverete; bussate ripetutamente, e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e sarà aperto a chi bussa.
Luca 11:5-6

Sebbene questa parabola sia paragonabile al potere di una persistente preghiera, può anche servire come base per una nostra riflessione riguardante molti problemi contemporanei ed il ruolo della chiesa nell’affrontarli. È mezzanotte nella parabola; è mezzanotte anche nel nostro mondo e l’oscurità è così profonda che possiamo appena distinguere la via da percorrere. L’alba arriverà. La delusione, il dolore e la disperazione sono nate a mezzanotte, ma segue il mattino. “Il pianto può durare per una notte,” dice il Salmo, “ma la cometa della gioia arriva al mattino.” La fede aggiorna le assemblee della speranza e porta nuova luce nelle buie stanze del pessimismo.
Pubblicato in Strength to Love nel 1963

“Chi ama suo fratello rimane nella luce e non c’è nulla in lui che lo faccia inciampare”.
1 Giovanni 10

Camminare nella notte è sempre un’esperienza poco piacevole. Ancora di più lo è camminare sapendo di essere circondati da grandi pericoli. Una nostra grande sorella battista tenuta in schiavitù un giorno, per la grazia di Dio, sfuggi al controllo dei suoi padroni…

Ma nel cuore sentiva il peso per i suoi fratelli che non erano ancora liberi. Sapeva che avevano bisogno di lei.
Harriet Tubman, questo era il suo nome, tornò a tuffarsi nelle tenebre portando con sé la sua lampada. Da sola liberò migliaia di schiavi guidandoli con la sua lampada attraverso tunnel sotterranei, ciò le valse il soprannome di “Mosè della gente nera”.
Ciò che guidò questa nostra sorella furono l’amore e la fede e mai perse la vita di una sola delle persone che aiutò a fuggire dalla schiavitù. Un suo grande rammarico fu scoprire che non tutti gli schiavi volevano essere liberati.

Non tutti sognano la libertà, ci sono molti, che la temono.
Tutti e tutte conosciamo la grandezza del Sogno di King e oggi godiamo dell’effetto che esso ha prodotto, ma Harriet diceva che “ogni grande sogno ha inizio con un sognatore. Ricorda sempre, tu hai dentro di te la forza, la pazienza e la passione per raggiungere le stelle e cambiare il mondo”
Lo credi tu?

Preghiera: Signore, c’è buio intorno a noi. Salvare vite e dare un aiuto oggi viene ritenuto un crimine.
Temiamo per la Libia, temiamo per l’Italia, desideriamo che i governi e tutti gli uomini e le donne di buona volontà collaborino per portare pace e aiuto dove c’è bisogno. Ti chiediamo di aiutarci a usare la nostra libertà per liberare ogni schiavo e sostenere la causa dell’oppresso.
Benedici e proteggi chi come te mantiene le sue braccia aperte. Insegnaci ad accogliere, ma anche a chiedere accoglienza. Insegnaci ad amare la tua luce, ad affrontare la paura, il rischio e il pericolo. Lascia che il nostro sguardo contempli la tua gloria e illumina il sentiero che ci conduce alla pace!
Insegnaci la via del tuo Amore,
Amen

«Voi avete udito che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra; e a chi vuol litigare con te e prenderti la tunica, lasciagli anche il mantello. Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera un prestito da te, non voltare le spalle. Voi avete udito che fu detto: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Matteo 5,38-45

Ora, sono conscio del fatto che ad alcune persone voi non piacete, non per qualcosa che voi avete fatto loro, ma semplicemente perché a loro non piacete. Sono quasi sicuro di questo. Alcune persone non gradiscono il vostro modo di camminare; alcune persone non gradiscono il vostro modo di parlare. Ad alcune persone non piacete perché potete fare un lavoro meglio di quanto facciano il loro. Ad alcune persone non piacete perché piacete ad altri, e perché siete popolari, e perché siete ben voluti, ma voi non gli piacete. Ad alcune persone non piacete perché il vostro capello è più corto del loro o perché è un poco più lungo del loro. Ad alcune persone non piacete perché la vostra pelle è un poco più brillante della loro; e ad altri non piacete perché la vostra pelle è più scura della loro. Cosicché ad alcuni non piacete. Questi provano antipatia per voi non per qualcosa che gli avete fatto, ma per motivi di gelosia o altre reazioni prevalenti nella natura umana.

La lingua greca viene fuori con un’altra parola per amore. È la parola agape. E agape è più di eros, agape è più di philia; agape è qualcosa di comprensivo, creativo, un’amicizia redentiva per tutti gli uomini. È un amore che
non chiede nulla in cambio. È un amore che straripa; è quello che teologicamente è l’amore di Dio che si esprime nella vita di tutti gli uomini. E quando innalzate l’amore a questo livello,
cominciate ad amare gli uomini, non perché essi siano gradevoli, ma perché Dio li ama. Voi guardate ad ogni uomo, e lo amate perché sapete che Dio lo ama. E questi potrebbe essere la persona peggiore che voi abbiate mai visto.
È questo che Gesù vuol dire, penso, nei tanti passaggi in cui afferma: “Amate i vostri nemici.” Ed è significativo che non dica: “Vogliate bene ai vostri nemici.” Vogliate bene è qualcosa di sentimentale, qualcosa di affettuoso. Ci sono tante persone che trovo difficile da voler bene. Non mi piace quello che fanno a me. Non mi piace quello che dicono di me e di altra gente. Non mi piacciono i loro atteggiamenti. Non mi piacciono alcune delle cose che fanno. Non mi piacciono. Ma Gesù disse amateli. E amare è più grande di voler bene. Amore è comprensione, benevolenza redentiva per tutti gli uomini, e così voi amate tutti perché Dio li ama. Vi rifiutate di fare qualcosa che sconfigga un individuo perché voi avete l’agape nell’anima. E qui giungete al punto in cui amate la persona che fa del male, mentre odiate l’atto che compie. Questo è il significato delle parole di Gesù quando dice: “Amate i vostri nemici.” Questo è il modo di farlo. Quando l’opportunità vi si presenta, quando potete sconfiggere il vostro nemico, non dovete farlo.

Chiesa Battista di Viale Dexter a Montgomery in Alabama il 17 novembre 1957

Preghiera conclusiva: Signore spesso non sappiamo cosa sia giusto fare. Spesso non riusciamo a fare ciò che è giusto. Ti chiediamo aiuto, nel nome di Gesù!

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«Il diritto di essere Primi»

Battisti, metodisti e valdesi nel 50° della morte di Martin Luther King

“Molti primi saranno ultimi, e molti ultimi primi”.
Mc 10, 31

Preghiera: Signore concedici la fede e il coraggio per non accodarci alla massa.
Rendici immuni al fascino della ricchezza, della forza e della potenza. Aiutaci a non temere le tenebre, ma offrici il coraggio di denunciare il male e l’ingiustizia, in qualsiasi forma ci si presentino.
Insegnaci a vivere una vita che ti sia gradita, nella verità, nella rettitudine e nella bontà.
Insegnaci a non partecipare attraverso il di silenzio alle opere infruttuose delle tenebre. Aiutaci a non soccombere alla prepotenza e a non far spazio a quelle dinamiche che non producono nulla, se non divisioni e sterili polemiche in nome della nostra misera vanagloria.
Liberaci o Signore!

“E Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, vennero da lui e dissero: “Maestro, vorremmo che tu facessi per noi qualunque cosa desiderassimo.” Ed egli disse loro: “Cosa vorreste che io facessi per voi?” Ed essi dissero a lui: “Garantiscici che possiamo sedere, uno alla tua destra, l’altro alla tua sinistra, nella tua gloria.” Ma Gesù disse loro: “Non sapete quello che chiedete. Potete bere alla mia stessa tazza? E siete battezzati col mio stesso battesimo?” Ed essi dissero a lui: “Possiamo.” E Gesù disse loro: “Voi infatti berrete della coppa che ho bevuto io, e sarete battezzati col battesimo con cui sono stato io: ma sedere alla mia destra e alla mia sinistra non è mio potere concederlo; ma sarà concesso a coloro per cui è stato preparato.” E poi Gesù continua verso la fine di quel passaggio dicendo: “Ma così non sarà tra voi: chiunque vorrà essere grande tra voi, dovrà essere vostro servo: e chiunque di voi vorrà essere il più importante, dovrà essere servo di tutti.”
Marco 10:35-45

Anche noi abbiamo lo stesso desiderio di base di riconoscimento e di importanza. Lo stesso desiderio di attenzione, lo stesso desiderio di essere i primi.
Nel nostro intimo abbiamo un istinto. È l’istinto del protagonista – un desiderio di essere in prima fila, un desiderio di essere in testa alla parata, un desiderio di essere primi. Ed è qualcosa che accompagna tutte le esistenze.
Noi tutti vorremmo essere importanti, sorpassare gli altri, distinguerci, essere davanti al gruppo.
C’è un momento in cui l’istinto del protagonista può diventare distruttivo. Ed è ciò di cui voglio parlarvi ora. Voglio arrivare al punto di dire che se questo istinto non è contenuto, diventa un istinto pericoloso e nocivo.

Quale fu la risposta che Gesù diede a questi uomini? È molto interessante. Qualcuno potrebbe pensare che Gesù li avrebbe condannati. Qualcuno potrebbe pensare che Gesù avrebbe detto loro: “Siete fuori strada. Siete degli egoisti, oppure perché fate questo tipo di domande?”
Ma non è quello che Gesù disse; egli fece qualcosa di diverso. Disse in sostanza: “Oh, vedo, volete essere il primi. Volete essere grandi. Volete essere importanti. Volete avere delle vite significative. Bene, dovreste esserlo. Se vuoi essere mio discepolo, devi esserlo.” Ma ricordati di dare la giusta priorità. E disse: “Sì, non stimolare troppo questo tuo istinto. È un buon istinto se lo usi bene. E’ un buon istinto se non lo distorci e non lo rendi perverso. Non incoraggiarlo troppo. Senti il bisogno di essere importante. Senti il bisogno di essere il primo. Ma voglio che tu sia il primo nell’amare. Voglio che tu sia il primo nell’eccellenza morale. Voglio che tu sia il primo in generosità. Questo è quello che io voglio tu faccia.”
Ed egli trasformò la situazione dando una nuova definizione di grandezza. E sapete come la definì? Disse: “Ora fratelli, non posso darvi la grandezza. Veramente non posso rendervi i primi.” Questo è quello che Gesù disse a Giacomo e Giovanni. “Dovete impararlo. La vera grandezza non viene dal favoritismo, ma dall’appropriatezza. E il lato destro e sinistro non sono miei da poterli assegnare a chi voglio, ma appartengono a coloro per i quali sono stati prepararti.”
E così Gesù ci diede una nuova norma di grandezza. Vuoi essere importante? – meraviglioso! Vuoi essere riconosciuto? – meraviglioso! Vuoi essere grande? – meraviglioso! Ma riconosci che chi vuol essere il più grande tra voi sarà il vostro servo. Questa è la nuova definizione di grandezza.
E questa mattina, la cosa che mi piace di questa definizione di grandezza, è che significa che ognuno può essere grande, perché ognuno può servire. Non dovete avere una laurea per servire. Non dovete far andare d’accordo il soggetto ed il verbo per servire. Non dovete conoscere la Teoria della Relatività di Einstein per servire. Non dovete conoscere la seconda legge della termodinamica per servire. Avete solo bisogno di un cuore colmo di grazia, un’anima generata dall’amore. E potete essere quel servo.

chiesa battista di Ebenezer ad Atlanta, in Georgia, il 4 febbraio 1968

Perché in passato eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore. Comportatevi come figli di luce – poiché il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità – esaminando che cosa sia gradito al Signore. 11 Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre; piuttosto denunciatele;
Efesini 5,8-11

Sabato

44 perù Lima, MiguelAngel montero astupinian

converti i nostri cuori e rendici giusti e giuste oggi.
Rendi la tua Chiesa e l’Italia, un’oasi fertile di pace e legalità.
Past. Ev. Ivano De Gasperis

«Davide mio padre aveva deciso di costruire un tempio al nome del Signore, Dio di Israele, 18 ma il Signore gli disse: Tu hai pensato di edificare un tempio al mio nome; hai fatto bene a formulare tale progetto. 19 Non tu costruirai il tempio, ma il figlio che uscirà dai tuoi fianchi, lui costruirà un tempio al mio nome. 20 Il Signore ha attuato la parola che aveva pronunziata; io ho preso il posto di Davide mio padre, mi sono seduto sul trono di Israele, come aveva preannunziato il Signore, e ho costruito il tempio al nome del Signore, Dio di Israele. 21 In esso ho fissato un posto per l’arca, dove c’è l’alleanza che il Signore aveva conclusa con i nostri padri quando li fece uscire dal paese di Egitto».
I Re 8, 17-21

Tanti fra i nostri antenati cantavano canti di libertà e sognavano il giorno in cui sarebbero potuti uscire dalla schiavitù, dalla lunga notte dell’ingiustizia(…)
E cantavano così perché avevano un sogno grande e potente; ma molti di loro sono morti senza vederlo realizzato(…)
La lotta c’è sempre. Facciamo dichiarazioni contro la guerra, protestiamo, ma è come se con la testa volessimo abbattere un muro di cemento: sembra che non serva a nessuno.

Molti di noi nella vita avviano la costruzione di templi: templi originali, templi di giustizia, templi di pace. E tanto spesso non li terminiamo. Perché la vita è come la “Sinfonia incompiuta” di Schubert. In molti punti noi avviamo, proviamo, cominciamo a costruire i nostri vari templi. E credo che una delle più grandi agonie della vita sia quella di provare costantemente a finire quello che è interminabile. Ci viene comandato di farlo. E così noi, come Davide, ci troviamo in tante occasioni ad avere di fronte il fatto che i nostri sogni restano irrealizzati.

E molto spesso, mentre si cerca di costruire il tempio della pace, si rimane soli; si resta scoraggiati; si resta smarriti.
Ebbene, così è la vita. E quel che mi rende felice è che attraverso la prospettiva del tempo riesco a sentire le loro grida: ”Forse non sarà per oggi, forse non sarà per domani, ma è bene che sia nel tuo cuore. E’ bene che tu ci provi.”
Magari non riuscirai a vederlo. Il sogno può anche non realizzarsi, ma è comunque un bene che tu abbia un desiderio da realizzare. E’ bene che sia nel tuo cuore.
La questione che voglio sollevare questa mattina con voi: è il vostro cuore incline al bene? Se il vostro cuore non lo è, fate in modo che lo sia oggi; lasciate che Dio lo renda tale. Lasciate che qualcuno dica di voi: “Può non aver raggiunto i livelli più alti, può non aver realizzato tutti i suoi sogni, ma ci ha provato.” Non è meraviglioso che qualcuno lo dica di voi? “Ha provato ad essere un uomo buono. Ha provato ad essere un uomo giusto. Ha provato ad essere un uomo onesto. Il suo cuore era nel posto giusto. E posso sentire una voce che dice, gridando per l’eternità: “Ti accetto. Posso riversare in te la mia grazia perché era nel tuo cuore. Ed è così bello che fosse nel tuo cuore.”

Chiesa Battista di Ebenezer, ad Atlanta in Georgia, il 3 Marzo 1968.

#MLK50Italia.

«Splenda la luce dei diritti»

Battisti, metodisti e valdesi nel 50° della morte di Martin Luther King

“Dalla tua presenza venga alla luce il mio diritto; gli occhi tuoi riconoscano la rettitudine”.
Salmo 17,2

Preghiera: “O Signore, tu solo conosci la mia storia. Tu solo mi comprendi appieno. Tu solo sai quanto ami l’integrità e la giustizia.
Mi rivolgo a te chiedendoti di far conoscere la verità, smascherare la menzogna, ispirare leggi giuste e il loro rispetto nel cuore di ogni persona.
O Signore in questo Paese uccide più la lentezza della giustizia che la velocità delle pallottole, come uomini e donne che hanno lavato le loro mani nell’integrità ti chiediamo giustizia oggi; converti i nostri cuori e rendici giusti e giuste oggi.
Rendi la tua Chiesa e l’Italia, un’oasi fertile di pace e legalità.
Past. Ev. Ivano De Gasperis

«Davide mio padre aveva deciso di costruire un tempio al nome del Signore, Dio di Israele, 18 ma il Signore gli disse: Tu hai pensato di edificare un tempio al mio nome; hai fatto bene a formulare tale progetto. 19 Non tu costruirai il tempio, ma il figlio che uscirà dai tuoi fianchi, lui costruirà un tempio al mio nome. 20 Il Signore ha attuato la parola che aveva pronunziata; io ho preso il posto di Davide mio padre, mi sono seduto sul trono di Israele, come aveva preannunziato il Signore, e ho costruito il tempio al nome del Signore, Dio di Israele. 21 In esso ho fissato un posto per l’arca, dove c’è l’alleanza che il Signore aveva conclusa con i nostri padri quando li fece uscire dal paese di Egitto».
I Re 8, 17-21

Tanti fra i nostri antenati cantavano canti di libertà e sognavano il giorno in cui sarebbero potuti uscire dalla schiavitù, dalla lunga notte dell’ingiustizia(…)
E cantavano così perché avevano un sogno grande e potente; ma molti di loro sono morti senza vederlo realizzato(…)
La lotta c’è sempre. Facciamo dichiarazioni contro la guerra, protestiamo, ma è come se con la testa volessimo abbattere un muro di cemento: sembra che non serva a nessuno.

Molti di noi nella vita avviano la costruzione di templi: templi originali, templi di giustizia, templi di pace. E tanto spesso non li terminiamo. Perché la vita è come la “Sinfonia incompiuta” di Schubert. In molti punti noi avviamo, proviamo, cominciamo a costruire i nostri vari templi. E credo che una delle più grandi agonie della vita sia quella di provare costantemente a finire quello che è interminabile. Ci viene comandato di farlo. E così noi, come Davide, ci troviamo in tante occasioni ad avere di fronte il fatto che i nostri sogni restano irrealizzati.

E molto spesso, mentre si cerca di costruire il tempio della pace, si rimane soli; si resta scoraggiati; si resta smarriti.
Ebbene, così è la vita. E quel che mi rende felice è che attraverso la prospettiva del tempo riesco a sentire le loro grida: ”Forse non sarà per oggi, forse non sarà per domani, ma è bene che sia nel tuo cuore. E’ bene che tu ci provi.”
Magari non riuscirai a vederlo. Il sogno può anche non realizzarsi, ma è comunque un bene che tu abbia un desiderio da realizzare. E’ bene che sia nel tuo cuore.
La questione che voglio sollevare questa mattina con voi: è il vostro cuore incline al bene? Se il vostro cuore non lo è, fate in modo che lo sia oggi; lasciate che Dio lo renda tale. Lasciate che qualcuno dica di voi: “Può non aver raggiunto i livelli più alti, può non aver realizzato tutti i suoi sogni, ma ci ha provato.” Non è meraviglioso che qualcuno lo dica di voi? “Ha provato ad essere un uomo buono. Ha provato ad essere un uomo giusto. Ha provato ad essere un uomo onesto. Il suo cuore era nel posto giusto. E posso sentire una voce che dice, gridando per l’eternità: “Ti accetto. Posso riversare in te la mia grazia perché era nel tuo cuore. Ed è così bello che fosse nel tuo cuore.”

Chiesa Battista di Ebenezer, ad Atlanta in Georgia, il 3 Marzo 1968.

#MLK50Italia.

Una lampada accesa

Il Simbolo dell’incontro di oggi sarà una lampada accesa posizionata in modo da far luce e di essere perciò vista anche dall’esterno del Tempio.
Durante la condivisione o le preghiere anche i partecipanti potranno utilizzare delle lanterne a significare la testimonianza e la vigilanza a cui siamo chiamati.
Raccomandazione: i testi non vanno letti per intero, sarebbe troppo noioso ascoltarli, ma vanno condivise delle sintesi con l’uditorio! La sintesi della vita di King c’è stata offerta dal Past. Dario Monaco, che ringraziamo.

“Il Messaggio che oggi annunciamo” inno numero 197 dalla raccolta Celebriamo il Risorto offre anche un supporto multimediale on line al seguente indirizzo: http://www.dropbox.com/sh/gjgualqs0pgra5h/AABGh7PTP8NVb1fzzOHLTVzza?dl=0

Amici e amiche, piccoli e grandi, fratelli e sorelle provenienti dai diversi angoli del mondo, siamo riuniti in questo 4 aprile, un giorno speciale fatto per riflettere sulla vita di ML King, onorare il suo esempio e celebrare il Suo Signore!

alle 18:01 di 50 anni fa il Pastore King veniva raggiunto da una pallottola.

Facciamo un minuto di silenzio.

Qualcuno legge la fine dell’ultimo sermone profetico predicato da King

Il 3 aprile 1968 il pastore protestante Martin Luther King parla al Mason Temple di Memphis ai netturbini della città in sciopero per chiedere il riconoscimento dei loro diritti di lavoratori.
Sarà l’ultimo, profetico, discorso del leader afroamericano, verrà assassinato sul balcone del Lorraine motel il giorno dopo, colpito da un proiettile sparato da un fucile di precisione.
Così terminava il suo messaggio:
«Ci aspettano giornate difficili, ma davvero, per me non ha importanza ora, perché sono stato sulla cima della montagna! E non m’importa. Come chiunque, mi piacerebbe vivere una vita lunga; la longevità ha la sua importanza, ma adesso non mi curo di questo. Voglio fare soltanto la volontà di Dio. E Lui mi ha concesso di salire fino alla vetta. Ho guardato al di là e ho visto la terra promessa! Forse non ci arriverò insieme a voi, ma stasera voglio che sappiate che noi, come popolo, arriveremo alla terra promessa! E stasera sono felice, non c’è niente che mi preoccupi, non temo nessun uomo. I miei occhi hanno visto la gloria dell’avvento del Signore!».

Preghiera: “Signore, fa’ che la tua Parola sia una luce sulla strada della mia vita, fa’ che illuminato da essa io possa fare le scelte giuste e fa’ che la mia stessa vita possa essere un riflesso della tua luce per i fratelli e le sorelle che incontrerò sul mio cammino”
Past. Donato Mazzarella

“La tua parola è una lampada al mio piede ed una luce sul mio sentiero”.
Salmo 119,105

-Si accende una lampada di speranza per presiedere al buio della violenza.

– Preghiere di speranza e di pace:

Cantiamo l’inno 25: “Cristo Gesù”

Testimonianze di pace (si possono ascoltare testimonianze personali o condividere il testo di apertura dell’ultimo del Seminatore riportato qui di seguito)
“Caro amico, cara amica, questo incontro è dedicato alla Pace. Sì perché siamo convinti che la pace nel mondo non sia qualcosa a cui solo le miss, spesso tanto belle quanto ingenue, possono aspirare.
Se pensiamo alla corsa agli armamenti, ai nostri fratelli e alle nostre sorelle che affogano in mare, alle tante donne barbaramente uccise o al dolore dei bambini di Ghouta è impossibile non scoraggiarci e sentirci impotenti. Di fronte a tutto ciò cosa possiamo fare?
La buona notizia è che le tenebre più fitte non possono spegnere la più piccola luce. La storia dei battisti è costellata di persone che grazie alla fede hanno tenuto viva la fiamma della speranza.
È il caso della missionaria Battista inglese, Alice Seeley Harris, che armata solamente della sua Bibbia e una macchina fotografica ha contribuito in modo determinante a fermare il genocidio dei congolesi perpetrato dal Re Leopoldo II del Belgio (circa dieci milioni di persone sono state uccise sotto la sua reggenza per la raccolta della gomma).
Oppure pensiamo alla storia di Kim Phuc, la celebre bambina vietnamita il cui pianto è rimasto immortalato nella fotografia vincitrice del Pulitzer nel 1972, divenendo l’emblema della sofferenza generata dalla guerra. Ciò che la maggioranza delle persone ignora però è che crescendo quella bam- bina, grazie alla scoperta dell’Evangelo, è riuscita a guarire dalle sue ferite e addirittura a perdonare i suoi nemici.
Nel 2017 è stato pubblicato un libro autobiografico di Kim Phuc intitolato “Fire Road: The Napalm Girl’s Journey through the Horrors of War to Faith, Forgiveness, and Peace”. In esso Kim stessa racconta come dal fuoco dell’odio e dell’amarezza sia potuta rinascere grazie all’amore di Cristo. Esposta come una scimmia da circo ai fini della propaganda antiamericana, la piccola Kim era costretta ad esibire le sue cicatrici e raccontare la sua drammatica storia di bambina a cui la guerra aveva tolto tutto. Finché, sopraffatta dal dolore tentò di togliersi anche la vita, ma non vi riuscì. Un giorno, mentre era a Cuba, trovò nella biblioteca una Bibbia. Leggendola scoprì il messaggio di Gesù e nella fede in Lui trovò la forza per fuggire in Canada dove cominciò a frequentare una chiesa battista divenendo un’ambasciatrice di pace.
L’episodio più toccante è che durante un raduno di veterani negli Usa Kim ha incontrato un uomo che aveva preso parte alla campagna di bombardamenti che rase al suolo la sua regione. Anche lui in modo diverso era stato una “vittima” dalla guerra. Dopo aver cercato invano di tornare alla normalità, vide la sua vita andare in pezzi, così cercò pace nella bot- tiglia… Dopo molti anni la trovò solamente in Gesù Cristo, divenendo in seguito un ministro battista. I due dopo essersi raccontati la loro storia parallela si sono abbracciati e nel perdono si sono riconosciuti pubbli- camente come un fratello e una sorella nel Signore!
Il prossimo 4 aprile ricorrerà il cinquantesi- mo anniversario dell’assassinio del pastore Martin Luther King Jr. e le nostre Chiese battiste, assieme a quelle Valdesi e Metodiste, saranno chiamate ad accendere le lampade della fede per dissipare le tenebre che nuovamente tentano di offuscare la pace e la fraternità tra i popoli; facciamo la nostra parte per realizzare il sogno e ricorda “un fuoco inizio ha da una piccola scintilla…”.

Cantiamo l’inno 201 “Pace, Salaam, Shalom” della raccolta “Celebriamo il Risorto”

«Lavorare dall’alba al tramonto per un anno intero incatenato alla terra dai conti da pagare al magazzino della piantagione, scacciare questi pensieri con cattivo gin, dimenticare nell’estasi del canto e della preghiera… piangere, maledire se stesso per la propria viltà, essere lo zimbello dei giudici e dei poliziotti, finire col credere alla propria indegnità… e infine cedere, inchinarsi, strisciare, sorridere e odiare se stesso per il proprio servilismo e la propria debolezza». Questo era il tormento del nonno paterno di Martin Luther King, James Albert, e di tutti i neri; questo era l’incubo che assillava i loro bambini I in casa e negli edifici fatiscenti della scuola, dove gli studenti di colore ricevevano un’istruzione che era di molto inferiore a quella dei bianchi. Nelle strade e nelle piazze delle città si vedevano dappertutto cartelli con la scritta «solo per bianchi», e la vita dei neri si consumava per lo più nei ghetti sudici e sovrappopolati privi di strutture e di servizi appena decenti. Qui Martin Luther King nasce, vive e comincia a lottare fin dalla sua fanciullezza.
Ha cinque anni quando la madre dei suoi compagni bianchi proibisce loro di giocare col piccolo Martin, perché «negro». A otto anni apprende dal padre con dolore la tragica fine della sua prediletta cantante Bessie Smith, celebre interprete di spirituals, canti di fede e di speranza degli schiavi delle piantagioni del Sud: ferita in uno scontro automobilistico, muore dissanguata perché rifiutata dagli ospedali per bianchi di Atlanta. Studia giurisprudenza al Morehouse College di Atlanta (università per soli neri), ma, divenuto consapevole di essere chiamato da Dio al servizio pastorale, dopo qualche anno passa agli studi di teologia. Nel 1952, a 22 anni, tiene la sua prima predicazione nella chiesa battista di Atlanta.
Martin Luther King è affascinato dalla figura di Gandhi, dal quale apprende i principi della lotta non-violenta. Nel 1953 si laurea in filosofia a Boston e nel 1954 si trasferisce con la moglie Coretta Scott a Montgomery, Alabama, per svolgervi il ministero di pastore della chiesa battista.

La scintilla che dà inizio al Movimento per i Diritti Civili scocca a Montgomery, apparentemente per un banale incidente. Sugli autobus della città le prime tre file di posti sono riservate ai bianchi, le altre possono essere occupate da neri solo se non ci sono bianchi in piedi. Il pomeriggio del 10 dicembre 1955 un’impiegata nera, Rosa Parks, seduta dietro i posti riservati ai bianchi, rifiuta di alzarsi e cedere il posto quando salgono alcuni viaggiatori bianchi: viene arrestata e portata in carcere.

Cantiamo l’inno 211, un fuoco inizio ha (si accendono le lampade che ha ciascuno in segno del diffondersi dell’evangelou della pace)

La notizia si diffonde rapidamente, gli esponenti e i pastori della comunità nera s’incontrano e decidono subito di boicottare i mezzi pubblici di trasporto: propongono ai neri di non prendere più l’autobus e di recarsi al lavoro a piedi o con altro mezzo. L’esito appare incerto, perché altre volte simili iniziative non avevano avuto successo; intanto Martin Luther King è votato all’unanimità capo del movimento. La mattina del 5 dicembre tutti i neri vanno a lavorare a piedi, a dorso di mulo, su carri. Il boicottaggio è totale fino al dicembre dell’anno successivo: 382 giorni dura la lotta tutt’altro che facile, e il movimento ottiene la sua prima vittoria: l’abolizione della segregazione sui mezzi pubblici di trasporto.

Le reazioni dei bianchi sono violente: hanno paura. La compagnia degli autobus ha perso 40 milioni di dollari. Martin Luther King diviene il bersaglio di minacce d’ogni genere e viene arrestato. Il 30 giugno, mentre si trova fuori fra la sua gente, un attentato dinamitardo gli distrugge la casa; la moglie e la figlia Yoki sono dentro, ma restano fortunatamente illese. Martin Luther King è ormai il simbolo della «rivoluzione nera».

Teso fino al limite delle sue risorse fisiche e morali per tutti gli impegni che deve assolvere, una sera del gennaio 1956 Martin Luther King è sul punto di crollare. L’atmosfera è densa di nubi e i pericoli sono molto reali, ed egli, seduto in cucina, confida a Dio di non farcela più. «Eccomi qui – prega – mi batto per ciò che credo giusto. Ma ho paura. Mi chiedono di guidarli, ma se mi presento loro senza forza e senza coraggio anch’essi vacilleranno. Ho esaurito le mie forze. Non mi rimane nulla». E mentre è lì, solo, sperimenta la «presenza di Dio», avverte «la promessa rassicurante d’una voce interiore che gli dice: “Lotta per la giustizia. Lotta per la pace. Dio sarà sempre al tuo fianco!”». L’esperienza di fede, caratteristica della tradizione evangelica battista, determina, come egli stesso dice, una svolta fondamentale nella sua vita: era giunto allo stremo delle sue forze, ora, però, si sente forte della forza di Dio ed è pronto a riprendere la lotta.

Cantiamo l’inno 239 “camminiamo” We are Marchin’ in the light of God

Martin Luther King partecipa a manifestazioni di massa e a raduni, e viene spesso arrestato. E ogni volta si rafforza il suo impegno per la giustizia, si rinvigorisce la sua fede in Dio e nella Sua guida, e il suo coraggio di lottare e la sua certezza di vincere si comunicano ad altri esponenti del movimento e alla sua gente. Il movimento si estende ben presto a tutti gli Stati Uniti. Il pellegrinaggio di preghiera a Washington del 17 maggio 1957 per il pieno diritto di voto ai neri è una delle manifestazioni più importanti. Martin Luther King riesce a convogliare le forze disgregate dei neri nella lotta non violenta, ma ha anche oppositori che propugnano il ricorso alla violenza contro il razzismo bianco.

Mentre si moltiplicano i sit-in nei locali pubblici per bianchi e i “viaggi della libertà” di bianchi e neri insieme in autobus attraverso gli Stati Uniti, Martin Luther King risponde ai detrattori «Non possiamo in coscienza obbedire alle vostre leggi Inique, perché la non cooperazione col male è un obbligo morale non meno della cooperazione col bene… Mandate a mezzanotte i vostri sicari incappucciati nelle nostre case, pestateci e lasciateci quasi morti, e noi vi ameremo ancora. Ma siate certi che vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno conquisteremo la libertà, non per noi stessi solo… e la nostra vittoria sarà anche vostra”.

Canto: O Signore Cammina con Me.

Nel 1963, centenario del proclama di Lincoln per l’affrancamento degli schiavi, la battaglia non violenta dilaga in più di 800 città. A Birmingham la polizia si scaglia con ferocia sui dimostranti che cantano We shall overcome, sguinzaglia i cani e aziona gl’idranti contro un corteo inerme di ragazzi. Sotto la pressione dell’opinione pubblica inorridita il Governo dichiara illegale la segregazione nei negozi e nei luoghi pubblici e decreta l’assunzione al lavoro per bianchi e neri su basi egualitarie.

Arrestato, Martin Luther King scrive in cella d’isolamento una lettera rimasta famosa: «E facile dire: “aspettate”. Ma quando avete visto una plebaglia inferocita linciare a volontà le vostre madri e i vostri padri… e i poliziotti pieni d’odio maledetto colpire e perfino uccidere impunemente i vostri fratelli e le vostre sorelle… quando sentite la vostra lingua torcersi se cercate di spiegare alla vostra bambina di sei anni perché non può andare al lunapark, e vedete spuntarle le lacrime quando sente che è chiuso ai bambini neri… quando vi perseguita notte e giorno il fatto di essere nero, non sapendo mai che cosa vi può accadere; allora voi comprendete perché per noi è tanto difficile aspettare».

Il 28 agosto arriva a Washington la marcia dei 250 mila per chiedere l’approvazione della legge sulla parità dei diritti civili per bianchi e neri. Le telecamere di tutto il mondo sono puntate sulla marea di bianchi e di neri che cantano e pregano intorno al monumento a Lincoln, e riprendono anche quello che è stato definito il discorso profetico di Martin Luther King.

Cantiamo l’inno 239 “camminiamo” We are Marchin’ in the light of God

La legge per i diritti civili viene approvata il 10 febbraio 1964. Quella marcia pacifista e la figura di Martin Luther King hanno risonanza in tutto il mondo e le sue predicazioni e i suoi scritti vengono tradotti e letti in molti Paesi, ed anche in Italia: Il fronte della coscienza, Marcia verso la libertà, Perché non possiamo attendere, Dove stiamo andando: verso il caos o la comunità?, La forza di amare. Il 14 ottobre lo raggiunge un telegramma da Stoccolma: «Il premio Nobel per la pace è stato assegnato a Martin Luther King per aver fermamente e continuamente sostenuto il principio della non-violenza nella lotta razziale nel suo Paese». Coretta piange di gioia davanti ai giornalisti: «…valeva la pena di soffrire tanto. A Martin servirà per continuare gli sforzi nella lotta per l’uguaglianza dei neri», e i 34 milioni del premio vengono messi a disposizione della causa alla quale Martin Luther King ha dedicato la vita.

Tra mille difficoltà e molti oppositori Martin Luther King corre da una parte all’altra degli Stati Uniti a premere per le riforme richieste e il movimento si allarga alla lotta contro la povertà e contro il coinvolgimento degli USA nella guerra del Vietnam. Nel marzo 1968 sta preparando
Quando 250.000 neri e non, incluse persone da un ampio raggio di tradizioni di fede, si riunirono per la Marcia su Washington del 1963 che chiedeva i diritti civili ed eque King annunciò il sogno di giustizia e fraternità di Dio!

Ciascuno alzando la lampada annunci il Sogno e scacci l’incubo (lo stesso facciano tutte le persone che hanno una lampada)

Si concluda con la benedizione

“La bontà e la verità si sono incontrate, la giustizia e la pace si sono baciate”.
Salmo 85, 10

Ci si saluta con un bacio

Cantiamo l’inno 280 “We Shall Overcome”

Materiale multimediale

Common, John Legend, “Glory”

“Early morning, April four
Shot rings out in the Memphis sky
Free at last, they took your life
They could not take your pride”

Gli U2 scrissero questo pezzo (“Pride – in the name of love”) in memoria di Martin Luther King, pastore protestante

Il diritto di credere

In questo primo giorno vogliamo celebrare la gioia di Credere!
In un mondo dove molti non godono della libertà di culto, di pensiero o di stampa ricordiamo le battaglie, il sacrificio e le vittorie di chi per noi ha conquistato la “fragile libertà” della fede.
Nelle lunghe e tormentate notti, quando continuare a credere nel Sogno risultava difficile se non impossibile al grande leader per i diritti civili Martin Luther King, la cantante Gospel Mahalia Jackson con la sua voce ne sosteneva la fede.
Di seguito il testo di I Believe una sua splendida interpretazione da ascoltare in spirito di preghiera:
I BELIEVE
I believe for every drop of rain that falls / A flower grows
Io Credo che per ogni goccia di pioggia che cade / Un fiore cresce
I believe that somewhere in the darkest night / A candle glows
Io Credo che da qualche parte nella notte più buia / Una candela risplende
I believe for everyone who goes astray, someone will come / To show the way
Io Credo che per ogni persona che si smarrisce, qualcuno arriverà / per mostrare la via
I believe, I believe
Io Credo, Io Credo
I believe above a storm the smallest prayer / Can still be heard
Io credo che nonostante la tempesta la più piccola preghiera/ Può ancora essere udita
I believe that someone in the great somewhere / Hears every word
I Credo che Qualcuno nel grande altrove/ Ascolta ogni parola
Everytime I hear a new born baby cry / Or touch a leaf or see the sky
Ogniqualvolta io ascolto il pianto di un bimbo appena nato/o tocco una foglia o vedo il cielo
Then I know why, I believe
So perché io Credo
Everytime I hear a new born baby cry / Or touch a leaf or see the sky
Ogniqualvolta io ascolto il pianto di un bimbo appena nato/o tocco una foglia o vedo il cielo
Then I know why, I believe
So perché io Credo
www.youtube.com/watch?v=OAsLHiF8VYs

Scarica la guida completa!

Io ho un sogno

“Io ho un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano. Sogno che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il significato del suo credo: “noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali”.
Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fraternità.[…]
Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli un giorno vivranno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere.
Io ho un sogno, oggi! […]
Io ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà innalzata, ogni collina e ogni montagna saranno abbassate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore sarà rivelata e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno.
Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.
Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. […]
Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà. […]
E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.
Care sorelle e cari fratelli, con queste toccanti parole vi ricordiamo che dal 2 all’8 aprile ricorre la Settimana di Evangelizzazione per i Diritti Umani promossa dal Dipartimento di Evangelizzazione dell’Ucebi in condivisione con le Chiese Valdesi e Metodiste.
E’ particolarmente significativo il fatto che la settimana dei diritti umani, storicamente costruita intorno alla data del 4 aprile (giorno dell’assassinio di Martin Luther King), quest’anno si iscriva tra la domenica di pasqua (1 aprile) e il Convegno Nazionale sull’identità Battista (6-8 aprile).
Nel 50° anniversario dal martirio del profeta dei diritti civili, il Signore ci invita a ricordare chi siamo e quale grande missione ci ha chiamato a svolgere!
Siamo eredi di un Sogno e le nostre Comunità sono figlie della Speranza capace di contrastare l’odio e la morte!
“La luce splende nelle tenebre” Gv 1,5.
“La luce splende tra le tenebre”. Abbiamo deciso di associare questo versetto giovanneo alla figura dell’apostolo della non-violenza, per illuminare le riunioni che terremo durante la nostra settimana.
Nei prossimi giorni pubblicheremo online del materiale evangelistico, delle tracce e delle proposte liturgiche che sarà possibile reperire e scaricare dal sito ufficiale Ucebi (www.ucebi.it) e quello del Seminatore Online (https://ilseminatore.wordpress.com).
Esse offriranno degli spunti per condurre riunioni di preghiera, meditazioni e animazioni che aiuteranno le nostre comunità ad attualizzare il messaggio di King, facendo risuonare la Parola della libertà che sola ha il potere di dissipare le ombre che avvolgono la nostra società.
“Splenda la luce dei diritti – veglia di preghiera e riflessione in occasione del cinquantesimo anniversario dall’assassinio di Martin Luther King Jr”
Invitiamo le comunità valdesi, metodiste, battiste (e quante altre vorranno aderire all’iniziativa) a organizzare una veglia serale/notturna di preghiera, arricchita di canti e di riflessioni ispirate ai sermoni di MLK.
Sarebbe bello poter fare ciò ogni giorno della settimana, magari anche a casa, ma indichiamo il mercoledì 4 quale data particolarmente significativa per la riuscita dell’evento che vorremmo avesse luogo in contemporanea su tutto il territorio nazionale.
L’incontro sarà accompagnato dall’accensione di una lampada che in ogni tempio e in ogni casa verrà posta sulla soglia della finestra o comunque in modo che la sua luce risulti visibile anche dall’esterno. In alternativa chiediamo alle chiese di ricordare Martin Luther King e dare spazio alla tematica dei diritti umani anche l’8 aprile durante il culto domenicale.
Abbiamo scelto la lampada, simbolo tanto caro alle nostre Chiese, quale richiamo alla vigilanza e al dovere che come credenti abbiamo di combattere le tenebre per mezzo dell’evangelizzazione.
Non continuiamo a dormire, ma vegliamo affinché il sogno si realizzi.
A Dio piacendo l’otto aprile a Roma avremo un incontro conclusivo in Campidoglio, nella sala della protomoteca, che alle ore 19:00 chiuderà il Convegno nazionale Battista. Per l’occasione consegneremo il premio M.L.King alla Guardia Costiera e celebreremo insieme la fedeltà di Dio accompagnati dalle note del Coro Gospel Euphoria. Siete tutti e tutte caldamente invitati/e a prendere parte a questo evento e comunque a sostenere questa serie di iniziative, alla gloria del nostro Signore Gesù.
Il Dipartimento di Evangelizzazione
Isabella Mica
Emanuela Riccio
Pietro Romeo
Ivano De Gasperis

Il diritto di danzare

Proposta

Liturgica

Invocazione: Tu hai mutato il mio dolore in danza; hai sciolto il mio cilicio e mi hai rivestito di gioia,

perché io possa salmeggiare a te, senza mai tacere. O SIGNORE, Dio mio, io ti celebrerò per sempre. Salmo 30:11-12

Creatore dell’universo, che nutri gli uccelli del Cielo e vesti i gigli dei campi, T’invochiamo quale Padre amorevole e attento. Signore Gesù, che hai preso sulle tue spalle il nostro pesi per portarci alla salvezza. Spirito di Vita, danza in mezzo al tuo popolo in questo giorno e insegnaci i passi della felicità.

Inno

Lettera

Carissimi fratelli e sorelle, vorrei condividere con voi alcuni punti sul tema che mi sta più a cuore, vivendolo da 33 anni, e avendogli dedicato il mio tempo, la mia energia , la mia vita:  LA DISABILITA’ e LE BARRIERE ARCHITETTONICHE. I problemi che una persona con disabilità si trova ad affrontare ogni giorno sono innumerevoli, in ogni luogo, sia esso la propria casa, gli uffici pubblici e non, i negozi, la scuola, il luogo di lavoro ed anche i luoghi di culto.

Cercherò di elencare in ordine tali ostacoli:

Il posto auto davanti al luogo di culto. E’ veramente difficile per una persona accedere a un locale di culto con la sedia a rotelle. C’è una legge che tutela le persone con disabilità e che permette loro di effettuare parcheggi davanti a uffici, scuole e chiese. (Magari la vostra chiesa potrebbe richiedere un parcheggio anche solo temporaneo per partecipare al culto)

L’accesso alla chiesa dovrebbe essere facilitato, laddove ci siano scalini si deve provvedere a uno scivolo.

Anche tutti gli altri spazi comuni, scuola domenicale, sala per riunioni o agape, devono essere accessibili.

Il bagno deve essere attrezzato e grande abbastanza per accedervi con la sedia a rotelle, deve essere munito di maniglione per  far si che la persona con disabilità possa aiutarsi ad alzarsi

Le panche in chiesa devono essere disposte in modo da  permettere l’accesso in chiesa a chi usa la sedia a rotelle. Deve essere previsto uno spazio per lo stazionamento della sedia a rotelle.

Deve essere permesso l’accesso al tavolo della Santa Cena  e /o allo spazio per le testimonianze.

Lettura:

Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo in Capernaum. Si seppe che era in casa, 2 e si radunò tanta gente che neppure lo spazio davanti alla porta la poteva contenere. Egli annunziava loro la parola. 3 E vennero a lui alcuni con un paralitico portato da quattro uomini. 4 Non potendo farlo giungere fino a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto dalla parte dov’era Gesù; e, fattavi un’apertura, calarono il lettuccio sul quale giaceva il paralitico. 5 Gesù, veduta la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati».

Marco 2:1-5

Gesto simbolico:

Si porti una sedia a ruote o una stampella vicino al pulpito. In atteggiamento di preghiera si rifletta sugli ostacoli che rendono difficile per le persone raggiungere la chiesa, il pulpito, la sala dell’agape, ecc…

Si pensi a tutte le barriere architettoniche e psicologiche, anche alle barriere che noi come comunità creiamo e che rendono più difficoltoso al nostro prossimo l’incontro con la Parola del Signore.

Preghiere spontanee

Lettura: 

“…in qualunque luogo, nel quale farò ricordare il mio nome, io verrò da te e ti benedirò. Se mi fai un altare di pietra, non costruirlo di pietre tagliate; perché alzando su di esse lo scalpello, tu le contamineresti. E non salire al mio altare per dei gradini, affinché la tua nudità non si scopra su di esso”.
Esodo 20

Commento: 

Che meraviglia questo Dio! Non chiede  piramidi a gradoni, non vuole oro o argento, neppure pietre intagliate per il suo altare, ma terra e pietre naturali bastano a dire la sua gloria.

Non  ci sono scalini da salire, né muri da superare. In Cristo il muro di separazione è stato abbattuto, ogni ostacolo rimosso, il peccato perdonato. Tutti noi non possiamo che accogliere la sua Grazia e da questa farci sollevare, come bambini in braccio un padre. Gesù è la nostra forza, Lui la nostra vittoria.

Testimonianza: 

Dyia è un bambino Siriano di 11 anni che ha perso una gamba a causa di un’esplosione. Nonostante ciò è un bambino solare, sempre pieno di gioia. Nel 2016 è venuto in Italia grazie al progetto dei corridoi umanitari. E’ stato inserito in un percorso scolastico, ma poche settimane fa ha dovuto cambiare scuola. Eppure dopo un solo giorno aveva già  fatto amicizia con tutti e tutti lo hanno accolto bene. Nella scuola che aveva frequentato in precedenza ha lasciato tanti amici, i suoi amici gli hanno fatto dei regali. Le maestre italiane hanno fatto un ottimo lavoro per sensibilizzare la scuola all’accoglienza dei rifugiati. Anche la positività del piccolo però è stata determinante. Per lui essere in Italia è una grande opportunità. Rappresenta una nuova vita. E’ un ragazzo intelligente, diligente e con il suo carattere farà strada. Nonostante tutto Dio è al suo fianco e gli ha fatto dono di un carattere forte, più forte del male. Dio ci sta vicino, è sulla nostra barca, anche se a volte sembra che dorma e noi non lo sentiamo. Certo è doloroso perdere una gamba eppure a causa di  quest’incidente il piccolo è potuto venire in Italia. Per il progetto MH infatti sono state scelte persone ferite o malate.

Anna Francesca Kern (altre testimonianze simili sono reperibili al seguente indirizzo: http://www.mediterraneanhope.com/)

“Dio è un pittore perfetto. Se mi ha disegnato così è perché lo ha voluto. Ho sempre creduto che Dio mi ha voluto così non per errore. Ciò mi ha aiutato a scoprire gradualmente il bisogno di partecipare agli altri il dono ricevuto attraverso la danza, la pittura, il modo di comunicare”.

Simona Atzori

Lettura:

Passando vide un uomo, che era cieco fin dalla nascita.

2 I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?»

3 Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui.

Giovanni 9:1-3

Preghiera:

“Signore i chiodi non ti hanno potuto trattenere sulla Croce, né la pietra impedirti di uscire dalla tomba, sostieni e libera oggi ancora coloro  che sono legati nel corpo e nello spirito. Giunga la tua beatitudine al cieco, al sordo e allo zoppo, assieme al perdono del peccatore.  Rendici uniti in un unico corpo, il tuo corpo. Facci essere le tue braccia, per compiere le opere che gradisci. Insegnaci a essere tua bocca, per parlare in difesa di chi non ha voce. Concedici di essere gambe per danzare con chi non ha forza.

Inno

Benedizione:

4 Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete! Ecco il vostro Dio! Verrà la vendetta, la retribuzione di Dio; verrà egli stesso a salvarvi».5 Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e saranno sturati gli orecchi dei sordi;6 allora lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del muto canterà di gioia; perché delle acque sgorgheranno nel deserto e dei torrenti nei luoghi solitari; 7 il terreno riarso diventerà un lago, e il suolo assetato si muterà in sorgenti d’acqua; nel luogo dove dimorano gli sciacalli vi sarà erba, canne e giunchi.

Isaia 35:4-7

Scarica il materiale in PDFhttps://ilseminatore.files.wordpress.com/2017/04/danza.pdf

Il diritto di giocare

Proposta liturgica

Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto una forza, a causa dei tuoi nemici, per ridurre al silenzio l’avversario e il vendicatore. 

Salmo 8, 2

Preghiera: Padre immensamente grande, grazie per esserti fatto infinitamente piccolo nel tuo figlio Gesù e averci donato la libertà dello Spirito d’amore che rende grandi i piccoli e piccoli i grandi.

La tua chiesa, fatta di giovani e vecchi, di grandi e piccoli con un sol cuore t’invoca.

Inno

Allora Maria, la profetessa, sorella d’Aaronne, prese in mano il timpano e tutte le donne uscirono dietro a lei, con timpani e danze.

E Maria rispondeva: «Cantate al SIGNORE, perché è sommamente

glorioso: ha precipitato in mare cavallo e cavaliere»

Esodo 15,20-21.

Meditazione (il contesto immediato della seguente meditazione è dato da Esodo 1):

Sulla riva del fiume, la ragazzina seguiva il viaggio della cesta, tenendosi ad una certa distanza. Dentro, c’era il fratellino che dormiva quieto. Quando per sua madre era giunto il tempo di partorire, in casa l’atmosfera si era fatta cupa. Miriam non riusciva proprio a capire perché una nascita fosse attesa con tanto silenzio. Sentiva il padre e la madre parlare fitto fitto nella notte, ma non comprendeva il senso di quelle parole. Accarezzava la pancia della mamma, ormai così tonda, e ci appoggiava le labbra, le sue manine paffute, a volte l’orecchio, in attesa di sentire una voce. La mamma allora mormorava triste: “Speriamo che sia femmina. O Dio, Signore del cielo e della terra, fai che sia una bambina!”.

“Mamma perché non vuoi un maschietto? Ogni donna lo vorrebbe. Mi hai raccontato di come il babbo rimase deluso quando venne a sapere che io non ero il maschietto tanto desiderato e ora vuoi addirittura un’altra femmina?” (Quelli erano tempi strani, dove gli uomini erano considerati molto più importanti delle donne).

La madre non rispondeva e diventava silenziosa e malinconica. La ragazzina allora intuiva che c’era qualcosa che non le veniva detto, qualcosa di brutto, di terribile. I grandi, a volte, pensano di proteggere i bambini tenendoli all’oscuro su quanto accade intorno a loro. Non sanno che, invece, ai bambini fa più male non avere spiegazioni, non capire cosa stia succedendo. E Miriam proprio non era in grado di comprendere la tristezza della madre. Un bambino avrebbe dovuto renderla pazza di gioia. Tutte le donne del vicinato sarebbero venute a congratularsi con lei; e gli uomini avrebbero festeggiato con succo di vite fermentato, cantando salmi di lode fino all’alba. Miriam, invece, vedeva la faccia triste della madre. Avrebbe voluto consolarla: ma come? Cercava di rendersi utile, di andare per lei a prendere l’acqua e procurare la legna per il fuoco (perché a quei tempi non esisteva ancora il gas metano, né tantomeno rubinetti interni, che bastava aprire per dispensare acqua).  Nulla, tuttavia, sembrava in grado di scacciare quelle ombre cupe.

Ma quale segreto si celava in quella tristezza sconosciuta? Miriam doveva scoprirlo. Pensò di parlarne con la sua amica Rebecca. Sua madre faceva la levatrice, se ne intendeva dunque di pance e di neonati. Rebecca ascoltò le preoccupazioni della giovane amica e l’accompagnò immediatamente da sua madre. Sifra, la levatrice, accolse la bambina con un sorriso. L’aveva vista nascere, una bimbetta paffuta e vivace, fin da subito. Le offrì focacce al miele e un bicchiere di latte acido. E ascoltò con attenzione le domande che la piccola si poneva. Alla fine, le parlò con fermezza. “Miriam, tutti noi siamo preoccupati per il futuro del nostro popolo. Il re che ci governa ha deciso che non possiamo più vivere qui in pace, nella terra che accolse nostro padre Giuseppe e con lui tutte le tribù di Israele. Il re ha reso difficile il lavoro dei nostri uomini, ma noi abbiamo ugualmente resistito. Ci ha dimezzato i salari e aumentato le ore di lavoro, ma noi abbiamo continuato a vivere in pace. Ora il faraone ha chiesto a me e a Pua, l’altra levatrice, di far morire nel parto tutti i figli maschi che le donne ebree partoriscono”. “E tu che cosa farai?”. “Quello che ho sempre fatto: aiuterò le madri a far nascere i loro bambini. Dillo a tua madre: il suo bambino vivrà. Noi levatrici proteggeremo la vita di ogni neonato, maschio o femmina che sia”.

Quando Mosè, il fratellino, arrivò, i genitori videro che era bellissimo. Miriam lo osservava sospettosa. A lei non sembrava affatto bello. Era così pieno di rughe da assomigliare a una tartaruga. La mamma non era ancora serena, eppure il suo bambino era nato ed era sano, anche se non tanto “liscio”. E perché poi aveva impedito alla ragazzina di dire a tutti di quella nascita? Perché il bambino era tenuto nascosto? Al primo vagito, veniva consolato e preso in braccio. Sarebbe diventato un ragazzino viziato e insopportabile con tutte quelle coccole.

Solo dopo qualche mese dalla nascita, la madre di Miriam informò la ragazzina sulla tragica situazione. Il faraone, dopo aver compreso che le levatrici avevano disubbidito ai suoi ordini, aveva emanato un folle decreto: ogni neonato maschio doveva essere annegato nel fiume. Mosè era stato tenuto nascosto fino a quel momento, ma ora era tempo di affidarlo al fiume. “Vuoi annegare mio fratello?”. Si sorprese Miriam nel provare quel dolore così acuto, al solo pensiero di perdere Tartarugotto. Si sorprese nel dire: “Io te lo impedirò”. “Sciocca, che vai a pensare? Noi due, insieme, lo salveremo: lo metteremo in una cesta, in modo che possa viaggiare sul fiume. Qualcuno, trovandolo, potrà adottarlo; ma tu, che sei così agile e veloce, seguirai il percorso fino a quando il piccolo sarà al sicuro”.

Mentre madre e figlia adagiavano il piccolo nella cesta, Miriam si chiese perché Dio non interveniva per salvare la sua gente e suo fratello, per fermare il folle piano del faraone. Ma subito pensò a come le due levatrici avevano disubbidito al re e come ora lei e sua madre stavano lavorando per preservare la vita. Era solo una ragazzina, Miriam, quando si preparò a seguire il viaggio della cesta nel fiume. Ma aveva già intuito che Dio, qualche volta, interviene con la forza per combattere l’ingiustizia, più spesso, invece, affida la vita alla cura fragile di chi non si rassegna, come sua madre, le levatrici e lei stessa.  La cesta viaggiava sul fiume, la ragazzina la seguiva vigile. Passi veloci, quasi una danza, la danza della fraternità.  Miriam danzava al ritmo del canto del fiume e custodiva con lo sguardo il fratello cullato dall’acqua.

Qualcuno sostiene che è così che Miriam divenne liturgista e profetessa: prendendosi cura del fratello. Se Caino aveva rifiutato la fraternità, Miriam è colei che, per la prima volta nella Bibbia, l’ha curata e custodita. Non lo hanno fatto tutti i maschi prima di lei: Esaù, Giacobbe, Giuseppe e i suoi fratelli… Una sorella ha curato, con il suo gesto, quella ferita di una fraternità tradita. In seguito, si sarebbe presa cura di altri  fratelli e sorelle: il popolo in viaggio verso la libertà. Il suo canto non era bisogno di evasione, intrattenimento, facile consolazione (canta che ti passa!), ma esperienza di un passaggio: dall’indifferenza alla cura, dalla schiavitù alla libertà. Sui passi di quella liberazione, operata da Dio, Miriam avrebbe guidato le donne e poi tutta la comunità a cantare la libertà. Un salmo che trasforma un gruppo di fuggitivi in un’assemblea liturgica, guidata da una donna. Gli strumenti musicali erano riconsegnati ad un popolo che aveva smesso di cantare i canti di Sion, in terra di schiavitù.

Prenderci cura dei fratelli e delle sorelle più fragili significa restituire loro il diritto di cantare. Senza questo impegno, questa responsabilità, il nostro canto è solo formale: non danza la vita, ma l’anestetizza.

Poter cantare le meraviglie di Dio, fare memoria della nostra vocazione di libertà, alla scuola di Miriam, richiede di imparare ad assumersi la responsabilità della fraternità per diventarne custodi.

Pastora Lidia Maggi

Inno 

Laboratorio:

Le/gli insegnanti di scuola domenicale si possono prendere dei fogli di carta e chiedere ai bambini di disegnare su un lato del foglio loro stessi e la Chiesa. Una volta terminato il disegno chiedere se c’è qualcosa che fa loro paura.

Si scriva ciò che diranno come una preghiera sull’altro lato del foglio.

Si prendano i fogli e li si utilizzi per farne delle barchette di carta.

Mentre i bambini disegnano, magari nella classe domenicale, gli adulti presenti potranno riflettere sul seguente testo.

Lettura:

“…Un’ anima imprigionata, oscura, che cerca di venire in luce, di nascere e di crescere e che va a poco a poco animando la carne inerte, chiamandola col grido della volontà, affacciandosi alla luce della coscienza con lo sforzo di un essere che nasce… L’incarnazione avviene attraverso occulte fatiche: tutto attorno a questo lavoro creativo sta un dramma sconosciuto, che non fu ancora scritto”. M. Montessori (Il segreto dell’infanzia)

Un bambino afferra un oggetto dentro ad un negozio, mentre la mamma è in fila e si sente rispondere immediatamente “non si tocca!” Una bambina indica un signore e rivolge al genitore che l’accompagna una domanda imbarazzante “mamma, perché non ha i capelli?” e la mamma, inorridita, la blocca con un “non si dice!” Un bambino si annoia mentre la mamma parla con un’ amica, e si cerca qualcosa da fare, esplora la casa, tocca i libri, preme i pulsanti degli elettrodomestici, e viene rimproverato bruscamente con un: “non si fa, sei cattivo!” Tra le panche di una chiesa, sta per iniziare la funzione.

Tutti i bambini sono stati messi a sedere, in bell’ordine, ma c’è qualche piccolo imprevisto tecnico e la funzione tarda a cominciare.

Uno dei più piccoli piange e si alza per andare dalla mamma, ad alcuni dei più grandicelli scappa da ridere perché qualcuno di loro, per ingannare la noia, ha raccontato qualcosa di buffo.

“Silenzio!” Intima una delle monitrici, o una signora anziana, o comunque, un adulto, e i bambini in questione, dal più piccolo al più grande, vengono forzati, “con le buone”, a mettersi di nuovo a sedere senza far rumore. Tanto manca poco, secondo la concezione del tempo che appartiene a noi grandi.

Cosa si cela dietro ai comportamenti dei nostri piccoli, dietro i loro disagi, il loro pianto, le loro risatine?

Siamo proprio così sicuri che sia così importante, quasi un nostro dovere, quasi un obbligo, metterli a tacere? (Citazione versetto pietre).

Siamo proprio così sicuri che dietro i messaggi di questi piccoli, spesso scomposti, spesso fuori luogo, spesso fin troppo spontanei, non si nasconda invece qualcosa di importante?

L’espressione di un disagio, a volte, o il desiderio di sgranchirsi le gambe, o ancora il desiderio di freschezza, di novità, o il desiderio di essere accolti.

Quante cose noi adulti siamo spesso i primi a dimenticare. Quante volte mettiamo a tacere il fanciullo che è in noi, proprio quello a cui Gesù stesso affermava di voler parlare e, insieme ad esso, anche i fanciulli che siedono al nostro fianco e che cercano di trasmetterci qualche messaggio importante.

Cosa diventano a volte le nostre chiese?

Il luogo nel quale questo messaggio di accoglienza viene rifiutato, messo a tacere in nome di un “buon ordine”, di un insieme di “buone regole” spesso un po’ vecchie e stantie?

Non siamo noi stessi a volte, ad aver bisogno di “sgranchirci le gambe”, in senso spirituale? O ad aver bisogno di sentirci accolti, abbracciati, tante volte, invece di aver bisogno di ascoltare l’ennesima funzione, svuotata magari del suo senso più profondo?

Prendiamo esempio da questi piccoli, ascoltiamo la voce del loro cuore.

Chiediamo loro di insegnarci la freschezza, la loro profonda sincerità, la loro capacità di esprimere i loro bisogni; chiediamo loro che ci aiutino a non prendere troppo sul serio i nostri discorsi, le nostre regole, le nostre funzioni.

Diamo loro lo spazio che gli appartiene di diritto e che noi troppo spesso usurpiamo in nome di un diritto che invece non ci appartiene.

Incamminiamoci sulla loro strada cominciando ad ascoltare i messaggi che ci mandano, messaggi piccoli, fatti di piccole richieste, di esigenze tanto semplici, ma che tante volte manchiamo di riconoscere e di soddisfare, in nome di qualcosa di “più grande”, di cui spesso, forse, abbiamo perso di vista il vero significato.

Erica Dota

Le insegnanti di scuola domenicale e i bambini condividono alcune delle cose emerse durante il laboratorio

Chi presiede chiede in prestito una delle barchette di carta e tenendola tra le mani racconta questa storia: In un paese lontano, lontano, una bambina costruì assieme a suo padre una splendida barchetta.

Il buon papà, dopo aver inciso le iniziali della piccola sulla loro splendida opera gliela affidò, dicendole di prendersene cura. Ma un giorno, mentre la bimba ci stava giocando presso il fiume, la corrente  spinse la barchetta troppo lontano dalla sponda e lei, affranta, non poté far altro che vederla scivolare via, fino a sparire.

Molto tempo dopo però la piccola andò col padre a far compere nella  città vicina e, sorpresa, dentro la vetrina di un negozio vide esposta la sua barchetta!

Entrò di corsa a prenderla, ma il proprietario del negozio le disse che se la avesse voluta indietro avrebbe dovuto pagarla.

Così la bimba non ci pensò due volte, iniziò subito a metter da parte i soldi per poterla acquistarla. Finché, giunta la Pasqua, ebbe finalmente raggiunta la cifra necessaria per farsi il regalo più bello, riscattare quel suo tesoro prezioso. La bambina riebbe la sua amata barchetta che portò con sé in chiesa. Le cose belle vanno celebrate! Proprio quel giorno ci furono dei battesimi e finito il culto la bimba, dopo aver raccontato al pastore tutta la sua travagliata storia, gli chiese il permesso di immergerla nelle acque battesimali (così l’avrebbero vista tutti e almeno lì era sicura che non si sarebbe più perduta).

Il pastore acconsentì, ma prima la prese tra le braccia dicendole:

Vedi piccola, la tua storia somiglia tanto alla storia di tutti noi. Dio ci ha creato, ma le preoccupazioni, le ingiustizie, il  male e il peccato di questo mondo ci spingono  come una corrente impetuosa lontano da Lui.

Così Lui ci viene a ritrovare e riscattare dal male per tenerci sempre insieme a Lui. L’unica differenza è che noi gli siamo costati molto di più.

Capisci, gli apparteniamo due volte!

Si dica all’assemblea e in particolare ai bambini: Dio ci ama, siamo preziosi ai suoi occhi, Lui non vuole che nessuno si perda.

Inno

Testimonianza: Sognando di volare: la storia di Kidisti

Kidisti (nome di fantasia) è vestita con dei leggings con disegni floreali e una maglietta bianca forniti dall’ente gestore del centro e porta al collo una misera croce di plastica bianca. La sua corporatura minuta suggerisce un’età di circa 14 anni, ma in un inglese chiaro e preciso, dice delicatamente ma con sicurezza che lei ha 16 anni. Le ragazze che la circondano con i loro occhi rivolti a terra, di tanto in tanto le toccano le braccia per chiederle cosa dire o fare. È come la babysitter a cui qualsiasi madre affiderebbe i propri figli. In questo caso, però, Kidisti è punto di riferimento di altre ragazze adolescenti, che come lei hanno lasciato la madre e il padre, viaggiando per migliaia di miglia attraverso il deserto e il mare per cercare una vita non minacciata dalla repressione e dai conflitti.

Se fosse nata a Kansas City o a Roma, Kidisti sarebbe stata una studentessa iscritta a qualche circolo di matematica o una lettrice accanita o forse una stella del calcio. Ma Kidisti è nata nelle zone rurali dell’Eritrea, la maggiore di 5 ragazze a cui il padre contadino e la madre hanno affidato le loro migliori speranze. I loro sogni non comprendevano la coscrizione militare obbligatoria e indefinita che inizia all’età di 18 anni sia per gli uomini che per le donne, così, insieme alla zia e allo zio, ha guadagnato i 5000 $ necessari per fuggire dal paese. Ho detto a Kidisti che la sua famiglia deve avere molta fiducia in lei per spendere tutti quei soldi per farle raggiungere l’Europa e lei ha confermato dicendo “molti, molti soldi”.

Da genitore non posso immaginare di lasciar partire mio figlio in un’età in cui si è così vulnerabili. Ma io non ho mai dovuto lottare per poter esprimere la mia fede e non ho mai avuto paura di esser imprigionata e torturata senza un processo. Invece, il paese che Kidisti ha lasciato è stato descritto dalla BBC come “uno dei paesi al mondo di cui si hanno meno notizie”. Secondo l’Economist, l’Eritrea viola i diritti umani costantemente. “Triste” è come Human Rights Watch descrive la situazione. E tutti questi orrori sono esacerbati dalla mancanza di stampa indipendente e di libero accesso ad internet. Kadisti nel suo paese ha cercato la libertà. In Eritrea “non potevamo parlare dei nostri problemi”, dice. Mentre milioni di persone nel mondo occidentale si preoccupano di come i loro figli usano il loro tempo su internet, in Eritrea, secondo un report pubblicato dalla BBC nel 2013, solo il 6% ha un accesso al web.

Kidisti ha deciso quindi di lasciare la propria casa a piedi e con molta cautela ha attraversato l’Africa orientale, dove le iene possono ferirti o ucciderti. Si è avvicinata al confine con l’Etiopia avendo molta paura della polizia militare, i cui fucili possono spezzare la tua vita in ogni momento. Una volta al sicuro attraverso il confine, ha atteso in un campo in Etiopia per due mesi e lì ha imparato l’inglese. Dall’Etiopia ha preso un autobus per il Sudan e poi il passaggio insidioso del deserto. Oltre 100 persone erano stipate nel retro di un camion. La sua bocca era arsa dall’assenza di acqua e di cibo per 2 giorni. Il suo cuore è esploso – dice – quando 6 delle donne sul camion sono state stuprate. Solo dieci giorni più tardi ha raggiunto la costa della Libia. Lì Kidisti è salita a bordo, con altre 1100 persone, su un’imbarcazione alla volta dell’Italia. In realtà le barche erano due, la prima aveva un motore e trasportava 750 persone mentre la seconda portava 350 persone ed era rimorchiata dalla prima.

Ora Kidisti è a Lampedusa, una piccola isola italiana nel mezzo del Mar Mediterraneo, da molti definita la Porta d’Europa. “Quali sono i tuoi sogni?”, le ho chiesto. Il suo viso si illumina e mi dice: “Voglio studiare matematica e inglese.” Ribatto, “ma il tuo inglese è così buono!”. Con un sorriso imbarazzato, mi risponde: “Io voglio essere perfetta.” Spera di diventare un pilota, così di guadagnare abbastanza in modo da poter mandare a casa dei soldi per sostenere la sua famiglia in Eritrea. Il suo spirito coraggioso, la sua mente acuta e la sua tenera compassione mi danno speranza per il mondo. Come osiamo metterci di traverso ai sogni di questa ragazza? Così le ho chiesto se avesse un messaggio che il mondo doveva conoscere e lei mi ha risposto: “questo viaggio è troppo pericoloso. La gente non dovrebbe farlo. Dovrebbero volare”. Io penso che Kidisti dovrebbe essere il pilota!

Carla Aday

(altre testimonianze simii sono reperibili al seguente indirizzo: http://www.mediterraneanhope.com/)

Testimonianza e dati estratti dall’ultimo rapporto Unicef sulle condizioni dei bambini che si trovano  a viaggiare da soli attraverso il mediterraneo centrale. 

(UNICEF – CHILD ALERT    FEB 2017)

Un viaggio mortale per i bambini

“Ci hanno arrestati e condotti nella prigione di Zawia. Niente cibo. Niente acqua. Ci picchiavano ogni giorno. Nessun dottore o medicine.”                       

Testimonianza di Kamis, una bambina di 9 anni detenuta in Libia.

Si ritiene che ci siano 34 centri detentivi  in Libia. Il governo ne gestisce solo 24 che “ospitano” dai 4000 ai 7000 detenuti, mentre gruppi armati di varia natura gestiscono un numero imprecisato di  altri centri.

La comunità internazionale ha accesso a meno della metà dei centri di detenzione esistenti.

Fare una stima dei bambini che rimangono soli è molto difficile. In totale i bambini sembrerebbero costituire il 9%, del totale dei migranti. Un terzo di questi bambini non sono accompagnati. Nel 2016 I bambini giunti da soli in Italia erano più di 25 800, tre volte di più rispetto ai bambini che sarebbero dovuti partire dalla Libia.

Questo dato risulta indicativo di un dramma che certamente è assai più grande di quello ufficialmente registrato.

Sebbene non risulti ancora chiaro in quali proporzioni i bambini siano solo temporaneamente separati dai loro genitori o completamente soli, è certo che la condizione di isolamento li rende particolarmente vulnerabili a ogni forma di violenza e abuso. Il 92% di tutti i bambini giunti lo scorso anno in Italia non era accompagnato.

Tempo di preghiera e di intercessione comunitaria:

Gesto simbolico: Dire ai bambini di  mettere le barchette sul fonte battesimale, affidando le loro vite alla cura di Dio.

Leggere tutti insieme: Dio stesso ha detto: «Io non ti lascerò e non ti abbandonerò».

Così noi possiamo dire con piena fiducia: «Il Signore è il mio aiuto; non temerò. Che cosa potrà farmi l’uomo?»

Ebrei 13:5b-6

Tutta la comunità si alza in piedi per l’ultima lettura e la preghiera di benedizione

Lettura:

2 Ed egli, chiamato a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:

3 «In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.

4 Chi pertanto si farà piccolo come questo bambino, sarà lui il più grande nel regno dei cieli.

5 E chiunque riceve un bambino come questo nel nome mio, riceve me.

6 Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare.

Matteo 18:2-6

Preghiera di benedizione (al nome della città di Gaza, quando in neretto, si può sostituire quello di un’altra città che riteniamo essere luogo di sofferenza, es. Aleppo, Homs e Idlib o altri luoghi dove la voce e il canto dei bambini sono stati sostituiti dal silenzio):

Se c’è mai stato un momento per pregare, esso è ora. Se c’è mai stato un luogo abbandonato, esso è Gaza.

[…] Onnipotente, tu che fai eccezioni che noi chiamiamo miracoli, fai un’eccezione per i bambini di Gaza. Proteggili da noi e dai loro. Risparmiali. Guariscili. Lasciali vivere in tutta sicurezza. Liberali dalla fame e dall’orrore, dalla furia e dal dolore. Liberali da noi e dai loro.

Dona loro di ritrovare la loro infanzia rubata e il loro diritto di nascere, che è una anticipazione del Paradiso.

Ravviva nella nostra memoria, o Signore, le sorti del bambino Ismaele, padre di tutti i bambini di Gaza. Come il bambino Ismaele era senz’acqua, lasciato a morire nel deserto di Beer-Sheba, così spogliato di ogni speranza che sua madre non poteva sopportare di vedere la sua vita perdersi nella sabbia.

Sii quel Signore, il Dio del nostro consanguineo Ismaele, che ha udito il suo grido e ha inviato un suo angelo per consolare sua madre Hagar.

Sii quel Signore, tu che rimanesti con Ismaele quel giorno e per tutti i giorni successivi. Sii quel Dio di ogni misericordia, che ha aperto gli occhi di Hagar in quel giorno e le ha mostrato il pozzo affinché ella potesse dare da bere al piccolo Ismaele e salvargli la vita.

Allah, che noi chiamiamo Elohim, tu che doni la vita, che conosci il valore e la fragilità di ogni vita, invia i tuoi angeli a questi bambini. Salvali, i bambini di quel posto, Gaza la più bella, Gaza la dannata.

In questo giorno in cui l’ansia, la collera e il lutto che viene chiamato guerra afferra i nostri cuori e li copre di cicatrici, invocandoti, Signore il cui nome è pace ti chiediamo:
Benedici quei bambini e proteggili dal male.

Volgi lo sguardo verso di loro, Signore. Mostra loro, come se fosse per la prima volta, la luce e la bontà, la tua benevolenza travolgente.

Guardali, Signore. Permetti loro di vedere il tuo volto.

E, come se fosse per la prima volta, dona loro la pace.

Bradley Burston, del quotidiano Haaretz

(Illustrazione di copertina: dai Disegni della Frontiera di Franceaco Piobbichi. Iniziativa di Mediterranean Hope (MH),  progetto della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI)

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Monologo: King, visitato da un gruppo di persone nel carcere di Birmingham (Alabama)

di Massimo Aprile

L’attore interpreta Martin Luther King Junior, mentre a cavallo della settimana di Pasqua del 1963, si trova nel carcere di Birmingham.

Martin è seduto. Davanti a lui c’è una grata. Egli ha davanti a sé una Bibbia, un innario cristiano e un rotolo di carta igienica.

 

” Ciao ragazzi. Grazie della visita.

Oggi è lunedì 15 aprile 1963. Ieri è stata Pasqua.

Vi chiederete come mai mi trovo qui.

In verità questa è solo l’ennesima volta che vengo arrestato per motivi anche pretestuosi (guida senza patente, ecc.) Stavolta sono in cella di isolamento nella Contea di Jefferson vicino Birmingham. In una cella vicina alla mia, in isolamento anche lui, si trova il mio amico Ralph (Abernathy). Le prigioni della Contea sono piene di neri arrestati durante una sofferta campagna nonviolenta contro le discriminazioni razziali. Si arriva a quasi 350 persone

La ragione per cui siamo stati arrestati questa volta, è legata alla disobbedienza ad un decreto del giudice della Contea che aveva vietato al nostro movimento di marciare contro la segregazione nella città di Birmingham.

In questi giorni di detenzione mi conforta leggere il Vangelo e soprattutto l’insegnamento di Gesù in quel magnifico discorso che viene chiamato “Il sermone sul monte” e che è contenuto nei capitoli 5,6 e 7 del Vangelo di Matteo. “Gesù disse: Amate i nemici e pregate per quelli che vi perseguitano…”

Ma amare i nemici comprende il compito di fare appello alla loro coscienza quando commettono igniustizie…

Mi tengono compagnia i canti tradizionali e di fede della comunità afroamericana, chiamati negro-spirituals: canti intrisi di passione e dolore, come “Deep River” oppure “Were you there?”. (Intona il secondo)

Siamo venuti a Birmingham nella città più popolata dello Stato dell’Alabama chiamati da un pastore battista, Charles Shuttlesworth, leader del movimento per i diritti dei neri, nella città.

Qui, come in tanti posti del Sud ci sono mille leggi locali che fanno divieto ai neri di fare molte cose. Non possono entrare dalla porta principale nei negozi. Non possono usare gli stessi camerini per provarsi gli abiti, non possono andare nello stesso parco, nelle stesse toilette, sedere negli stessi tavoli dei ristoranti, bere alle stesse fontane pubbliche ecc.

“Ci riserviamo il diritto di servire chi vogliamo” si legge su cartelli all’ingresso dei negozi. Ma devi leggerli come il chiaro monito che i neri in quanto consumatori sono tollerati, ma restano cittadini di serie b.

Birmingham è una città di 300.000 abitanti, metà dei quali sono afro-americani. Vi sono delle industrie che producono acciaio. E spesso le discriminazioni razziali ci sono perfino tra gli operai. Sono l’unica consolazione offerta ad una schiera di bianchi, anche essi sfruttati, a causa di salari bassi.

Si ha spesso bisogno di qualcuno che stia peggio di te sul quale scaricare le tue frustrazioni.

Il fulcro della nostra iniziativa come movimento per i diritti civili, è, da un punto di vista logistico la chiesa battista che si trova nella 16a strada. Lì teniamo tutti i nostri incontri di preghiera e formazione alla lotta nonviolenta. Ma alle nostre iniziative partecipano anche un buon numero di credenti di altre denominazioni cristiane, soprattutto provenienti dalla chiesa metodista episcopale.

Da un punto di vista ideologico, il nostro movimento si basa, come a Montgomery, sulla nonviolenza. Chiunque vuole partecipare alle nostre marce e sit-in deve rinunciare a portare armi, anche solo un coltello, e deve essere disponibile a “porgere l’altra guancia”, non come segno di remissione e debolezza, ma come segno di forza, la forza dell’amore, di cui parlava anche il nostro grande maestro Gandhi.

Il nostro più violento antagonista in città si chiama Bull o’ Connor, è il capo della polizia. Ha cercato, fortunatamente senza riuscirvi, di essere eletto sindaco della città sulla base di un programma dichiaratamente razzista. Ha promesso di farcela pagare e in effetti non ha esitato di caricare i dimostranti, con l’ausilio dapprima dei cani poliziotto, e poi con quello degli idranti. Le sue cariche non si sono fermate neppure davanti a persone, uomini e donne inermi che mentre venivano aggredite si inginocchiavano a terra per pregare.

La televisione da qualche anno è entrata nella case degli americani, ma anche di tante persone nel mondo e quella scene di violenza sono state viste dovunque. Una vera vergogna per un paese che si vanta di essere il baluardo della democrazia nel mondo. Il presidente Kennedy non potrà non tenerne conto.

Quasi ogni giorno, malgrado le minacce, ci siamo incontrati nella chiesa, per pregare, per formarci alla ferrea disciplina della nonviolenza e per organizzare le nostre marce nel centro città.

E’ così che siamo finiti qui.

Dicevo che ieri è stata la Pasqua e sia io che il mio amico Ralph, anche lui pastore, non abbiamo potuto predicare la resurrezione di Cristo alle nostre rispettive comunità.

La presenza di questo rotolo di carta igienica non vi susciti ilarità.

Sto scrivendo una lunga lettera, approfittando della mia insonnia. Ma non hanno voluto darmi della carta per poterlo fare. Cercherò di far arrivare alla stampa questo mio messaggio di risposta scrivendolo su questo rotolo.

Quando abbiamo cominciato le nostre marce in città, siccome eravamo a ridosso delle feste pasquali, i commercianti hanno cercato di dissuaderci. “Aspettate!”, dicevano, “vedrete che quando entrerà in carica il neoletto sindaco, alcune cose miglioreranno”. In realtà essi dicevano così perché temevano che le nostre marce danneggiassero i loro affari in un periodo di maggiori vendite.

Ma noi siamo ormai stanchi di aspettare. Abbiamo capito ormai che “aspettare” nel lessico di molti, nei confronti dei neri, significa “mai”. Ma c’è un limite ad ogni attesa e i neri hanno aspettato anche troppo in questo paese.

E’ successo allora che alla vigilia della settimana di Pasqua é apparso sul ” Birmingham Newsuna lettera aperta a firma di 11 leader religiosi, tra cui alcuni pastori, un prete e perfino un rabbino. Questi ci hanno gentilmente chiesto di sospendere le nostre iniziative e, a noi che veniamo da altre città di andarcene via. Ci hanno detto che durante la “Settimana santa”, le nostre iniziative producevano turbamento alla coscienza dei credenti, e che dovevano coltivare la virtù della pazienza, per aspettare il tempo in cui tutti i problemi si sarebbero risolti.

Quando lessi quella lettera ne fui turbato e se ne accorse anche Ralph. Ma il tutto sarebbe finito lì, visto che siamo sopraffatti dalle tante cose da fare. Ma poi stato arrestato e messo in isolamento. A quel punto mi veniva offerta la possibilità di fermarmi e pensare un po’ e quindi anche di ordinare i pensieri per una risposta a quei colleghi nel ministerio.

La lunga lettera che ho scritto sul “rotolo” è uscita a pezzi. Non potevo minimamente immaginare che nel futuro sarebbe diventata un documento importante anche nella civiltà giuridica del Nord America.

Fondamentalmente in questo scritto ho affermato che non potevamo più “aspettare, perché una giustizia a lungo rimandata, è una giustizia negata”. Poi ho osservato che quando ci sono delle leggi ingiuste che umiliano una parte della popolazione a vantaggio di un altra, quelle leggi non hanno status morale, è giusto disobbedirle. E che, come Pietro l’apostolo, vengono momenti in cui dobbiamo pubblicamente dichiarare che “bisogna ubbidire a Dio prima che agli uomini”.

Ma ho scritto anche che chiunque infrange una legge, anche se ingiusta, deve essere disponibile a prendere su di sé le conseguenze di quella scelta, fino al carcere, se necessario. Non c’è redenzione senza sacrificio. A chi mi diceva che eravamo degli estremisti, ho scritto che sì, eravamo estremisti ma dell’amore e non dell’odio. Non avremmo accettato di sospendere le nostre marce, anche se avessero continuato a picchiarci e a metterci in carcere, perché c’era di mezzo la questione della giustizia e della dignità dell’essere umano, del bianco, come del nero.

Ho scritto, quello che sapevano tutti, e cioè che la Costituzione ci dava ragione e che le disposizioni di una municipalità non potevano contraddire una carta fondamentale che aspettava di essere ancora attuata.

Io e Ralph siamo rimasti in carcere per più di una settimana, poi, dopo aver pagato la cauzione di 200 dollari, siamo stati rimessi in libertà. Ma durante la mia detenzione è successa una cosa straordinaria, il presidente Kennedy ha telefonato a mia moglie Coretta Scott, informandosi sul mio conto e degli altri arrestati. Coretta gli ha detto che qui non abbiamo neppure delle lenzuola pulite. Il presidente è apparso molto premuroso e in Alabama tutti sanno di quella telefonata….

Voce fuori campo:

“La campagna di Birmingham fu una vittoria a tutto tondo. Tutto quanto richiesto dal movimento fu ottenuto. Ma il giorno della partenza un attentato dinamitardo colpi la stanza dell’albergo in cui King era alloggiato. Fu solo un caso se non ci furono vittime. Tuttavia il 15 settembre di quello stesso anno nella Chiesa Battista della 16a strada fu messa una bomba che esplose poco prima del culto. Quattro bambine ne rimasero uccise.

(Fonte bibliografica   “E le mura crollarono” di Ralph Abernathy. Sugarco Edizioni. Milano pp. 123-165)

 


 

Proposta liturgica

Preghiera: Padre grazie per averci scelto quali tuoi strumenti; Gesù grazie di averci affidato lo spartito della Parola; Spirito Santo insegnaci interpretare al meglio l’inno della vita nuova.

 

Salmo di apertura:

4 Cantate a Dio, salmeggiate al suo nome, preparate la via a colui che cavalca attraverso i deserti; il suo nome è il SIGNORE; esultate davanti a lui. 5 Dio è padre degli orfani e difensore delle vedove nella sua santa dimora; 6 a quelli che sono soli Dio dà una famiglia, libera i prigionieri e dà loro prosperità; solo i ribelli risiedono in terra arida.

Salmo 68:4-6

Inno

 

Lettura:

31 Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; 32 conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». 33 Essi gli risposero: «Noi siamo discendenti d’Abraamo, e non siamo mai stati schiavi di nessuno; come puoi tu dire: “Voi diverrete liberi”?»

34 Gesù rispose loro: «In verità, in verità vi dico che chi commette il peccato è schiavo del peccato. 35 Or lo schiavo non dimora per sempre nella casa: il figlio vi dimora per sempre. 36 Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi.

Giovanni 8:31-36

 

Inno

Testo della meditazione: Atti 16:25

“Verso la mezzanotte Paolo e Sila, pregando, cantavano inni a Dio; e i carcerati li ascoltavano”

Meditazione

L’episodio dell’arresto di Paolo e Sila a Filippi è drammatico, ma allo stesso tempo curioso. Due uomini, Paolo e Sila appunto, sono stati picchiati e imprigionati senza un regolare processo e senza aver commesso nulla di male. Paolo ha visto il proprio diritto di cittadino romano calpestato. La brutale esperienza appena vissuta dall’apostolo avrebbe dovuto piegarne lo spirito, invece a mezzanotte canta sonoramente insieme a Sila, al punto che tutti i prigionieri non possono far altro che starli ad ascoltare.

Il loro non è un semplice canto, ma una preghiera, un’espressione gioiosa di libertà e di fede.

Quanti paradossi sono contenuti in questo Evangelo di Gesù!

Generalmente pensiamo che la gioia di una persona sia proporzionale agli agi di cui si circonda, o comunque dipenda dall’assenza di gravi problemi nella propria vita. La Parola di oggi ci smentisce, disturbando la nostra percezione tanto ovvia quanto distorta della realtà.

Testimonianza

Le persone più felici che ho avuto modo di incontrare negli ultimi mesi sono due giovani ragazzi, Samuel e David, giunti in Italia attraversando il mediterraneo. Uno dei due ha il Salmo 23 tatuato su una spalla ed è fuggito dalla persecuzione di Boko Haram che ha trucidato alcuni membri della sua famiglia. Ora, proprio come Paolo e Sila, entrambi si trovano rinchiusi in un centro di detenzione, eppure la gioia donatagli dalla fede non è scemata, tutt’altro. Tutto ciò che ci chiedono per esser felici è una Bibbia.

La Gioia Evangelica non è limitata a un tempo futuro, né è circoscritta in uno spazio specifico; le sbarre non possono confinarla, né le acque dell’abisso potranno spegnerla.

Inno “We shall overcome”

“We Shall Overcome” è una canzone di protesta pacifista di derivazione Gospel, che divenne l’inno del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti d’America.

Sulle note di “we shall overcome”, Monologo di M.L. King preparato da Massimo Aprile.

Si consiglia di allestire un angolo della chiesa in modo da simulare la cella del Pastore King (sul sito oltre al testo da interpretare si troveranno anche delle immagini e dei files multimediali).

Preghiera: Si elevi una preghiera per chiedere al Signore di aiutarci a riconoscere le prigioni dell’anima e chiedergli di liberarci.

Lettura: 4 Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi.5 La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino.6 Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. 7 E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.

Filippesi 4:4-7

Già qui, a seconda del tempo che si ha a disposizione, la riunione potrebbe terminare, ma se si vuole l’incontro può proseguire come segue:

Ascoltare in sottofondo J.S. Bach: Motet BWV 227 ‘Jesu, meine Freude’, mentre se ne legge il testo offerto in traduzione.

Tedesco Italiano
1 Jesu, meine Freude,
Meines Herzens Weide,
Jesu, meine Zier,
Ach wie lang, ach lange
Ist dem Herzen bange
Und verlangt nach dir!
Gottes Lamm, mein Bräutigam,
Außer dir soll mir auf Erden
Nichts sonst Liebers werden.
1 Gesù, mia gioia,
diletto del mio cuore,
Gesù, mio tesoro,
ah, da quanto, da quanto tempo
il mio cuore soffre
e ardentemente ti desidera!
Agnello di Dio, mio sposo,
nessun’altro sulla terra
può essermi più caro di te.
2 Es ist nun nichts Verdammliches an denen, die in Christo Jesu sind, die nicht nach dem Fleische wandeln, sondern nach dem Geist. 2 Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù, che mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte. (Rm 8,1-2)
3 Unter deinem Schirmen
Bin ich vor den Stürmen
Aller Feinde frei.
Laß den Satan wittern,
Laß den Feind erbittern,
Mir steht Jesus bei.
Ob es itzt gleich kracht und blitzt,
Ob gleich Sünd und Hölle schrecken:
Jesus will mich decken.
3 Sotto la tua protezione
mi metto in salvo dalle tempeste
scatenate da tutti i nemici.
Sia che Satana si infuri,
sia che il nemico si accanisca,
Gesù è al mio fianco.
Anche se lampeggia e tuona,
se il peccato e l’inferno diffondono il loro terrore,
Gesù mi proteggerà.
4 Denn das Gesetz des Geistes, der da lebendig macht in Christo Jesu, hat mich frei gemacht von dem Gesetz der Sünde und des Todes. 4 Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù, mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte. (Rm 8,2)
5 Trotz dem alten Drachen,
Trotz des Todes Rachen,
Trotz der Furcht darzu!
Tobe, Welt, und springe,
Ich steh hier und singe
In gar sichrer Ruh.
Gottes Macht hält mich in acht;
Erd und Abgrund muss verstummen,
Ob sie noch so brummen.
5 A dispetto dell’antico serpente,
a dispetto delle fauci della morte,
a dispetto anche della paura!
Scatenati, terra, e trema,
io resto qui e canto
in perfetta pace.
La potenza di Dio mi mette in guardia;
la terra e gli abissi dovranno tacere
per quanto possano ora rumoreggiare.
6 Ihr aber seid nicht fleischlich sondern geistlich, so anders Gottes Geist in euch wohnet. Wer aber Christi Geist nicht hat, Der ist nicht sein. 6 Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. (Rm 8,9)
7 Weg mit allen Schätzen!
Du bist mein Ergötzen,
Jesu, meine Lust !
Weg ihr eitlen Ehren,
Ich mag euch nicht hören,
Bleibt mir unbewusst!
Elend, Not, Kreuz, Schmach und Tod
Soll mich, ob ich viel muss leiden,
Nicht von Jesu scheiden.
7 Via da me tutti i tesori,
sei tu il mio piacere,
Gesù, mio desiderio!
Basta, vani onori,
rifiuto di ascoltarvi,
non voglio conoscervi!
Miseria, pena, croce, disgrazia e morte,
qualunque sia la mia sofferenza,
non mi separeranno da Gesù.
8 So aber Christus in euch ist, so ist der Leib zwar tot um der Sünde willen; der Geist aber ist das Leben um der Gerechtigkeit willen. 8 E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. (Rm 8,10)
9 Gute Nacht, o Wesen,
Das die Welt erlesen,
Mir gefällst du nicht.
Gute Nacht, ihr Sünden,
Bleibet weit dahinten,
Kommt nicht mehr ans Licht!
Gute Nacht, du Stolz und Pracht!
Dir sei ganz, du Lasterleben,
Gute Nacht gegeben.
9 Buona notte, esistenza
che hai scelto il mondo,
non mi soddisfi.
Buona notte, peccato,
stai lontano da me,
non venire più alla luce!
Buona notte, orgoglio e gloria!
Soprattutto a te, vita di iniquità,
buona notte!
10 So nun der Geist des, der Jesum von den Toten auferwecket hat, in euch wohnet, so wird auch derselbige, der Christum von den Toten auferwecket hat, eure sterbliche Leiber lebendig machen um des willen, dass sein Geist in euch wohnet. 10 E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. (Rm 8,11)
11 Weicht, ihr Trauergeister,
Denn mein Freudenmeister,
Jesus, tritt herein.
Denen, die Gott lieben,
Muß auch ihr Betrüben
Lauter Zucker sein.
Duld ich schon hier Spott und Hohn,
Dennoch bleibst du auch im Leide,
Jesu, meine Freude.
11 Via, spiriti di tristezza,
poichè il signore della gioia,
Gesù, sta arrivando.
Coloro che amano Dio
accettano anche le loro sofferenze
come zucchero dolcissimo.
Sebbene qui sopporti beffe e infamie,
tu sei con me anche nel dolore,
Gesù, mia gioia.
Traduzione: Emanuele Antonacci

 

 

 

Sempre con la musica in sottofondo si osserva un minuto di silenzio pensando al dono della salvezza e alla libertà offerta in Cristo a ogni creatura.

Dopodiché si elevano preghiere di intercessione per tutti i prigionieri e in particolare per coloro che soffrono a motivo della loro fede.

 

Gesto simbolico: all’inizio del momento di preghiera chi presiede pone una bandiera dello Zimbabwe sul pulpito (oppure dei drappi di colore verde, giallo, rosso, nero) e inizia pregando per il Pastore Battista Evan Mawarire, leader del movimento nonviolento di protesta #ThisFlag

http://www.nev.it/nev/2017/02/09/zimbabwe-libero-pastore-battista-fondatore-del-movimento-thisflag/

invitiamo tutti a pregare anche per Samuel, per David (i nostri due fratelli che ora sono in carcere), per Asia Bibi prigioniera da circa 3000 giorni in Pakistan, per tutti/e coloro che sono detenuti affinché non smettano di credere e cantare. Non si stanchino di resistere, trovino pace e gioia nel Signore e vedano presto i loro diritti rispettati.

Benedizione

«Andate […] non siate tristi; perché la gioia del SIGNORE è la vostra forza».

Nehemia 8:10

Inno (si può cantare o ascoltare nuovamente l’ultima strofa di “We shall overcome”)

 

A cura della Pastora Antonella Scuderi

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