Il diritto di danzare

Proposta

Liturgica

Invocazione: Tu hai mutato il mio dolore in danza; hai sciolto il mio cilicio e mi hai rivestito di gioia,

perché io possa salmeggiare a te, senza mai tacere. O SIGNORE, Dio mio, io ti celebrerò per sempre. Salmo 30:11-12

Creatore dell’universo, che nutri gli uccelli del Cielo e vesti i gigli dei campi, T’invochiamo quale Padre amorevole e attento. Signore Gesù, che hai preso sulle tue spalle il nostro pesi per portarci alla salvezza. Spirito di Vita, danza in mezzo al tuo popolo in questo giorno e insegnaci i passi della felicità.

Inno

Lettera

Carissimi fratelli e sorelle, vorrei condividere con voi alcuni punti sul tema che mi sta più a cuore, vivendolo da 33 anni, e avendogli dedicato il mio tempo, la mia energia , la mia vita:  LA DISABILITA’ e LE BARRIERE ARCHITETTONICHE. I problemi che una persona con disabilità si trova ad affrontare ogni giorno sono innumerevoli, in ogni luogo, sia esso la propria casa, gli uffici pubblici e non, i negozi, la scuola, il luogo di lavoro ed anche i luoghi di culto.

Cercherò di elencare in ordine tali ostacoli:

Il posto auto davanti al luogo di culto. E’ veramente difficile per una persona accedere a un locale di culto con la sedia a rotelle. C’è una legge che tutela le persone con disabilità e che permette loro di effettuare parcheggi davanti a uffici, scuole e chiese. (Magari la vostra chiesa potrebbe richiedere un parcheggio anche solo temporaneo per partecipare al culto)

L’accesso alla chiesa dovrebbe essere facilitato, laddove ci siano scalini si deve provvedere a uno scivolo.

Anche tutti gli altri spazi comuni, scuola domenicale, sala per riunioni o agape, devono essere accessibili.

Il bagno deve essere attrezzato e grande abbastanza per accedervi con la sedia a rotelle, deve essere munito di maniglione per  far si che la persona con disabilità possa aiutarsi ad alzarsi

Le panche in chiesa devono essere disposte in modo da  permettere l’accesso in chiesa a chi usa la sedia a rotelle. Deve essere previsto uno spazio per lo stazionamento della sedia a rotelle.

Deve essere permesso l’accesso al tavolo della Santa Cena  e /o allo spazio per le testimonianze.

Lettura:

Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo in Capernaum. Si seppe che era in casa, 2 e si radunò tanta gente che neppure lo spazio davanti alla porta la poteva contenere. Egli annunziava loro la parola. 3 E vennero a lui alcuni con un paralitico portato da quattro uomini. 4 Non potendo farlo giungere fino a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto dalla parte dov’era Gesù; e, fattavi un’apertura, calarono il lettuccio sul quale giaceva il paralitico. 5 Gesù, veduta la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati».

Marco 2:1-5

Gesto simbolico:

Si porti una sedia a ruote o una stampella vicino al pulpito. In atteggiamento di preghiera si rifletta sugli ostacoli che rendono difficile per le persone raggiungere la chiesa, il pulpito, la sala dell’agape, ecc…

Si pensi a tutte le barriere architettoniche e psicologiche, anche alle barriere che noi come comunità creiamo e che rendono più difficoltoso al nostro prossimo l’incontro con la Parola del Signore.

Preghiere spontanee

Lettura: 

“…in qualunque luogo, nel quale farò ricordare il mio nome, io verrò da te e ti benedirò. Se mi fai un altare di pietra, non costruirlo di pietre tagliate; perché alzando su di esse lo scalpello, tu le contamineresti. E non salire al mio altare per dei gradini, affinché la tua nudità non si scopra su di esso”.
Esodo 20

Commento: 

Che meraviglia questo Dio! Non chiede  piramidi a gradoni, non vuole oro o argento, neppure pietre intagliate per il suo altare, ma terra e pietre naturali bastano a dire la sua gloria.

Non  ci sono scalini da salire, né muri da superare. In Cristo il muro di separazione è stato abbattuto, ogni ostacolo rimosso, il peccato perdonato. Tutti noi non possiamo che accogliere la sua Grazia e da questa farci sollevare, come bambini in braccio un padre. Gesù è la nostra forza, Lui la nostra vittoria.

Testimonianza: 

Dyia è un bambino Siriano di 11 anni che ha perso una gamba a causa di un’esplosione. Nonostante ciò è un bambino solare, sempre pieno di gioia. Nel 2016 è venuto in Italia grazie al progetto dei corridoi umanitari. E’ stato inserito in un percorso scolastico, ma poche settimane fa ha dovuto cambiare scuola. Eppure dopo un solo giorno aveva già  fatto amicizia con tutti e tutti lo hanno accolto bene. Nella scuola che aveva frequentato in precedenza ha lasciato tanti amici, i suoi amici gli hanno fatto dei regali. Le maestre italiane hanno fatto un ottimo lavoro per sensibilizzare la scuola all’accoglienza dei rifugiati. Anche la positività del piccolo però è stata determinante. Per lui essere in Italia è una grande opportunità. Rappresenta una nuova vita. E’ un ragazzo intelligente, diligente e con il suo carattere farà strada. Nonostante tutto Dio è al suo fianco e gli ha fatto dono di un carattere forte, più forte del male. Dio ci sta vicino, è sulla nostra barca, anche se a volte sembra che dorma e noi non lo sentiamo. Certo è doloroso perdere una gamba eppure a causa di  quest’incidente il piccolo è potuto venire in Italia. Per il progetto MH infatti sono state scelte persone ferite o malate.

Anna Francesca Kern (altre testimonianze simili sono reperibili al seguente indirizzo: http://www.mediterraneanhope.com/)

“Dio è un pittore perfetto. Se mi ha disegnato così è perché lo ha voluto. Ho sempre creduto che Dio mi ha voluto così non per errore. Ciò mi ha aiutato a scoprire gradualmente il bisogno di partecipare agli altri il dono ricevuto attraverso la danza, la pittura, il modo di comunicare”.

Simona Atzori

Lettura:

Passando vide un uomo, che era cieco fin dalla nascita.

2 I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?»

3 Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui.

Giovanni 9:1-3

Preghiera:

“Signore i chiodi non ti hanno potuto trattenere sulla Croce, né la pietra impedirti di uscire dalla tomba, sostieni e libera oggi ancora coloro  che sono legati nel corpo e nello spirito. Giunga la tua beatitudine al cieco, al sordo e allo zoppo, assieme al perdono del peccatore.  Rendici uniti in un unico corpo, il tuo corpo. Facci essere le tue braccia, per compiere le opere che gradisci. Insegnaci a essere tua bocca, per parlare in difesa di chi non ha voce. Concedici di essere gambe per danzare con chi non ha forza.

Inno

Benedizione:

4 Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete! Ecco il vostro Dio! Verrà la vendetta, la retribuzione di Dio; verrà egli stesso a salvarvi».5 Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e saranno sturati gli orecchi dei sordi;6 allora lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del muto canterà di gioia; perché delle acque sgorgheranno nel deserto e dei torrenti nei luoghi solitari; 7 il terreno riarso diventerà un lago, e il suolo assetato si muterà in sorgenti d’acqua; nel luogo dove dimorano gli sciacalli vi sarà erba, canne e giunchi.

Isaia 35:4-7

Scarica il materiale in PDFhttps://ilseminatore.files.wordpress.com/2017/04/danza.pdf

Il diritto di giocare

Proposta liturgica

Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto una forza, a causa dei tuoi nemici, per ridurre al silenzio l’avversario e il vendicatore. 

Salmo 8, 2

Preghiera: Padre immensamente grande, grazie per esserti fatto infinitamente piccolo nel tuo figlio Gesù e averci donato la libertà dello Spirito d’amore che rende grandi i piccoli e piccoli i grandi.

La tua chiesa, fatta di giovani e vecchi, di grandi e piccoli con un sol cuore t’invoca.

Inno

Allora Maria, la profetessa, sorella d’Aaronne, prese in mano il timpano e tutte le donne uscirono dietro a lei, con timpani e danze.

E Maria rispondeva: «Cantate al SIGNORE, perché è sommamente

glorioso: ha precipitato in mare cavallo e cavaliere»

Esodo 15,20-21.

Meditazione (il contesto immediato della seguente meditazione è dato da Esodo 1):

Sulla riva del fiume, la ragazzina seguiva il viaggio della cesta, tenendosi ad una certa distanza. Dentro, c’era il fratellino che dormiva quieto. Quando per sua madre era giunto il tempo di partorire, in casa l’atmosfera si era fatta cupa. Miriam non riusciva proprio a capire perché una nascita fosse attesa con tanto silenzio. Sentiva il padre e la madre parlare fitto fitto nella notte, ma non comprendeva il senso di quelle parole. Accarezzava la pancia della mamma, ormai così tonda, e ci appoggiava le labbra, le sue manine paffute, a volte l’orecchio, in attesa di sentire una voce. La mamma allora mormorava triste: “Speriamo che sia femmina. O Dio, Signore del cielo e della terra, fai che sia una bambina!”.

“Mamma perché non vuoi un maschietto? Ogni donna lo vorrebbe. Mi hai raccontato di come il babbo rimase deluso quando venne a sapere che io non ero il maschietto tanto desiderato e ora vuoi addirittura un’altra femmina?” (Quelli erano tempi strani, dove gli uomini erano considerati molto più importanti delle donne).

La madre non rispondeva e diventava silenziosa e malinconica. La ragazzina allora intuiva che c’era qualcosa che non le veniva detto, qualcosa di brutto, di terribile. I grandi, a volte, pensano di proteggere i bambini tenendoli all’oscuro su quanto accade intorno a loro. Non sanno che, invece, ai bambini fa più male non avere spiegazioni, non capire cosa stia succedendo. E Miriam proprio non era in grado di comprendere la tristezza della madre. Un bambino avrebbe dovuto renderla pazza di gioia. Tutte le donne del vicinato sarebbero venute a congratularsi con lei; e gli uomini avrebbero festeggiato con succo di vite fermentato, cantando salmi di lode fino all’alba. Miriam, invece, vedeva la faccia triste della madre. Avrebbe voluto consolarla: ma come? Cercava di rendersi utile, di andare per lei a prendere l’acqua e procurare la legna per il fuoco (perché a quei tempi non esisteva ancora il gas metano, né tantomeno rubinetti interni, che bastava aprire per dispensare acqua).  Nulla, tuttavia, sembrava in grado di scacciare quelle ombre cupe.

Ma quale segreto si celava in quella tristezza sconosciuta? Miriam doveva scoprirlo. Pensò di parlarne con la sua amica Rebecca. Sua madre faceva la levatrice, se ne intendeva dunque di pance e di neonati. Rebecca ascoltò le preoccupazioni della giovane amica e l’accompagnò immediatamente da sua madre. Sifra, la levatrice, accolse la bambina con un sorriso. L’aveva vista nascere, una bimbetta paffuta e vivace, fin da subito. Le offrì focacce al miele e un bicchiere di latte acido. E ascoltò con attenzione le domande che la piccola si poneva. Alla fine, le parlò con fermezza. “Miriam, tutti noi siamo preoccupati per il futuro del nostro popolo. Il re che ci governa ha deciso che non possiamo più vivere qui in pace, nella terra che accolse nostro padre Giuseppe e con lui tutte le tribù di Israele. Il re ha reso difficile il lavoro dei nostri uomini, ma noi abbiamo ugualmente resistito. Ci ha dimezzato i salari e aumentato le ore di lavoro, ma noi abbiamo continuato a vivere in pace. Ora il faraone ha chiesto a me e a Pua, l’altra levatrice, di far morire nel parto tutti i figli maschi che le donne ebree partoriscono”. “E tu che cosa farai?”. “Quello che ho sempre fatto: aiuterò le madri a far nascere i loro bambini. Dillo a tua madre: il suo bambino vivrà. Noi levatrici proteggeremo la vita di ogni neonato, maschio o femmina che sia”.

Quando Mosè, il fratellino, arrivò, i genitori videro che era bellissimo. Miriam lo osservava sospettosa. A lei non sembrava affatto bello. Era così pieno di rughe da assomigliare a una tartaruga. La mamma non era ancora serena, eppure il suo bambino era nato ed era sano, anche se non tanto “liscio”. E perché poi aveva impedito alla ragazzina di dire a tutti di quella nascita? Perché il bambino era tenuto nascosto? Al primo vagito, veniva consolato e preso in braccio. Sarebbe diventato un ragazzino viziato e insopportabile con tutte quelle coccole.

Solo dopo qualche mese dalla nascita, la madre di Miriam informò la ragazzina sulla tragica situazione. Il faraone, dopo aver compreso che le levatrici avevano disubbidito ai suoi ordini, aveva emanato un folle decreto: ogni neonato maschio doveva essere annegato nel fiume. Mosè era stato tenuto nascosto fino a quel momento, ma ora era tempo di affidarlo al fiume. “Vuoi annegare mio fratello?”. Si sorprese Miriam nel provare quel dolore così acuto, al solo pensiero di perdere Tartarugotto. Si sorprese nel dire: “Io te lo impedirò”. “Sciocca, che vai a pensare? Noi due, insieme, lo salveremo: lo metteremo in una cesta, in modo che possa viaggiare sul fiume. Qualcuno, trovandolo, potrà adottarlo; ma tu, che sei così agile e veloce, seguirai il percorso fino a quando il piccolo sarà al sicuro”.

Mentre madre e figlia adagiavano il piccolo nella cesta, Miriam si chiese perché Dio non interveniva per salvare la sua gente e suo fratello, per fermare il folle piano del faraone. Ma subito pensò a come le due levatrici avevano disubbidito al re e come ora lei e sua madre stavano lavorando per preservare la vita. Era solo una ragazzina, Miriam, quando si preparò a seguire il viaggio della cesta nel fiume. Ma aveva già intuito che Dio, qualche volta, interviene con la forza per combattere l’ingiustizia, più spesso, invece, affida la vita alla cura fragile di chi non si rassegna, come sua madre, le levatrici e lei stessa.  La cesta viaggiava sul fiume, la ragazzina la seguiva vigile. Passi veloci, quasi una danza, la danza della fraternità.  Miriam danzava al ritmo del canto del fiume e custodiva con lo sguardo il fratello cullato dall’acqua.

Qualcuno sostiene che è così che Miriam divenne liturgista e profetessa: prendendosi cura del fratello. Se Caino aveva rifiutato la fraternità, Miriam è colei che, per la prima volta nella Bibbia, l’ha curata e custodita. Non lo hanno fatto tutti i maschi prima di lei: Esaù, Giacobbe, Giuseppe e i suoi fratelli… Una sorella ha curato, con il suo gesto, quella ferita di una fraternità tradita. In seguito, si sarebbe presa cura di altri  fratelli e sorelle: il popolo in viaggio verso la libertà. Il suo canto non era bisogno di evasione, intrattenimento, facile consolazione (canta che ti passa!), ma esperienza di un passaggio: dall’indifferenza alla cura, dalla schiavitù alla libertà. Sui passi di quella liberazione, operata da Dio, Miriam avrebbe guidato le donne e poi tutta la comunità a cantare la libertà. Un salmo che trasforma un gruppo di fuggitivi in un’assemblea liturgica, guidata da una donna. Gli strumenti musicali erano riconsegnati ad un popolo che aveva smesso di cantare i canti di Sion, in terra di schiavitù.

Prenderci cura dei fratelli e delle sorelle più fragili significa restituire loro il diritto di cantare. Senza questo impegno, questa responsabilità, il nostro canto è solo formale: non danza la vita, ma l’anestetizza.

Poter cantare le meraviglie di Dio, fare memoria della nostra vocazione di libertà, alla scuola di Miriam, richiede di imparare ad assumersi la responsabilità della fraternità per diventarne custodi.

Pastora Lidia Maggi

Inno 

Laboratorio:

Le/gli insegnanti di scuola domenicale si possono prendere dei fogli di carta e chiedere ai bambini di disegnare su un lato del foglio loro stessi e la Chiesa. Una volta terminato il disegno chiedere se c’è qualcosa che fa loro paura.

Si scriva ciò che diranno come una preghiera sull’altro lato del foglio.

Si prendano i fogli e li si utilizzi per farne delle barchette di carta.

Mentre i bambini disegnano, magari nella classe domenicale, gli adulti presenti potranno riflettere sul seguente testo.

Lettura:

“…Un’ anima imprigionata, oscura, che cerca di venire in luce, di nascere e di crescere e che va a poco a poco animando la carne inerte, chiamandola col grido della volontà, affacciandosi alla luce della coscienza con lo sforzo di un essere che nasce… L’incarnazione avviene attraverso occulte fatiche: tutto attorno a questo lavoro creativo sta un dramma sconosciuto, che non fu ancora scritto”. M. Montessori (Il segreto dell’infanzia)

Un bambino afferra un oggetto dentro ad un negozio, mentre la mamma è in fila e si sente rispondere immediatamente “non si tocca!” Una bambina indica un signore e rivolge al genitore che l’accompagna una domanda imbarazzante “mamma, perché non ha i capelli?” e la mamma, inorridita, la blocca con un “non si dice!” Un bambino si annoia mentre la mamma parla con un’ amica, e si cerca qualcosa da fare, esplora la casa, tocca i libri, preme i pulsanti degli elettrodomestici, e viene rimproverato bruscamente con un: “non si fa, sei cattivo!” Tra le panche di una chiesa, sta per iniziare la funzione.

Tutti i bambini sono stati messi a sedere, in bell’ordine, ma c’è qualche piccolo imprevisto tecnico e la funzione tarda a cominciare.

Uno dei più piccoli piange e si alza per andare dalla mamma, ad alcuni dei più grandicelli scappa da ridere perché qualcuno di loro, per ingannare la noia, ha raccontato qualcosa di buffo.

“Silenzio!” Intima una delle monitrici, o una signora anziana, o comunque, un adulto, e i bambini in questione, dal più piccolo al più grande, vengono forzati, “con le buone”, a mettersi di nuovo a sedere senza far rumore. Tanto manca poco, secondo la concezione del tempo che appartiene a noi grandi.

Cosa si cela dietro ai comportamenti dei nostri piccoli, dietro i loro disagi, il loro pianto, le loro risatine?

Siamo proprio così sicuri che sia così importante, quasi un nostro dovere, quasi un obbligo, metterli a tacere? (Citazione versetto pietre).

Siamo proprio così sicuri che dietro i messaggi di questi piccoli, spesso scomposti, spesso fuori luogo, spesso fin troppo spontanei, non si nasconda invece qualcosa di importante?

L’espressione di un disagio, a volte, o il desiderio di sgranchirsi le gambe, o ancora il desiderio di freschezza, di novità, o il desiderio di essere accolti.

Quante cose noi adulti siamo spesso i primi a dimenticare. Quante volte mettiamo a tacere il fanciullo che è in noi, proprio quello a cui Gesù stesso affermava di voler parlare e, insieme ad esso, anche i fanciulli che siedono al nostro fianco e che cercano di trasmetterci qualche messaggio importante.

Cosa diventano a volte le nostre chiese?

Il luogo nel quale questo messaggio di accoglienza viene rifiutato, messo a tacere in nome di un “buon ordine”, di un insieme di “buone regole” spesso un po’ vecchie e stantie?

Non siamo noi stessi a volte, ad aver bisogno di “sgranchirci le gambe”, in senso spirituale? O ad aver bisogno di sentirci accolti, abbracciati, tante volte, invece di aver bisogno di ascoltare l’ennesima funzione, svuotata magari del suo senso più profondo?

Prendiamo esempio da questi piccoli, ascoltiamo la voce del loro cuore.

Chiediamo loro di insegnarci la freschezza, la loro profonda sincerità, la loro capacità di esprimere i loro bisogni; chiediamo loro che ci aiutino a non prendere troppo sul serio i nostri discorsi, le nostre regole, le nostre funzioni.

Diamo loro lo spazio che gli appartiene di diritto e che noi troppo spesso usurpiamo in nome di un diritto che invece non ci appartiene.

Incamminiamoci sulla loro strada cominciando ad ascoltare i messaggi che ci mandano, messaggi piccoli, fatti di piccole richieste, di esigenze tanto semplici, ma che tante volte manchiamo di riconoscere e di soddisfare, in nome di qualcosa di “più grande”, di cui spesso, forse, abbiamo perso di vista il vero significato.

Erica Dota

Le insegnanti di scuola domenicale e i bambini condividono alcune delle cose emerse durante il laboratorio

Chi presiede chiede in prestito una delle barchette di carta e tenendola tra le mani racconta questa storia: In un paese lontano, lontano, una bambina costruì assieme a suo padre una splendida barchetta.

Il buon papà, dopo aver inciso le iniziali della piccola sulla loro splendida opera gliela affidò, dicendole di prendersene cura. Ma un giorno, mentre la bimba ci stava giocando presso il fiume, la corrente  spinse la barchetta troppo lontano dalla sponda e lei, affranta, non poté far altro che vederla scivolare via, fino a sparire.

Molto tempo dopo però la piccola andò col padre a far compere nella  città vicina e, sorpresa, dentro la vetrina di un negozio vide esposta la sua barchetta!

Entrò di corsa a prenderla, ma il proprietario del negozio le disse che se la avesse voluta indietro avrebbe dovuto pagarla.

Così la bimba non ci pensò due volte, iniziò subito a metter da parte i soldi per poterla acquistarla. Finché, giunta la Pasqua, ebbe finalmente raggiunta la cifra necessaria per farsi il regalo più bello, riscattare quel suo tesoro prezioso. La bambina riebbe la sua amata barchetta che portò con sé in chiesa. Le cose belle vanno celebrate! Proprio quel giorno ci furono dei battesimi e finito il culto la bimba, dopo aver raccontato al pastore tutta la sua travagliata storia, gli chiese il permesso di immergerla nelle acque battesimali (così l’avrebbero vista tutti e almeno lì era sicura che non si sarebbe più perduta).

Il pastore acconsentì, ma prima la prese tra le braccia dicendole:

Vedi piccola, la tua storia somiglia tanto alla storia di tutti noi. Dio ci ha creato, ma le preoccupazioni, le ingiustizie, il  male e il peccato di questo mondo ci spingono  come una corrente impetuosa lontano da Lui.

Così Lui ci viene a ritrovare e riscattare dal male per tenerci sempre insieme a Lui. L’unica differenza è che noi gli siamo costati molto di più.

Capisci, gli apparteniamo due volte!

Si dica all’assemblea e in particolare ai bambini: Dio ci ama, siamo preziosi ai suoi occhi, Lui non vuole che nessuno si perda.

Inno

Testimonianza: Sognando di volare: la storia di Kidisti

Kidisti (nome di fantasia) è vestita con dei leggings con disegni floreali e una maglietta bianca forniti dall’ente gestore del centro e porta al collo una misera croce di plastica bianca. La sua corporatura minuta suggerisce un’età di circa 14 anni, ma in un inglese chiaro e preciso, dice delicatamente ma con sicurezza che lei ha 16 anni. Le ragazze che la circondano con i loro occhi rivolti a terra, di tanto in tanto le toccano le braccia per chiederle cosa dire o fare. È come la babysitter a cui qualsiasi madre affiderebbe i propri figli. In questo caso, però, Kidisti è punto di riferimento di altre ragazze adolescenti, che come lei hanno lasciato la madre e il padre, viaggiando per migliaia di miglia attraverso il deserto e il mare per cercare una vita non minacciata dalla repressione e dai conflitti.

Se fosse nata a Kansas City o a Roma, Kidisti sarebbe stata una studentessa iscritta a qualche circolo di matematica o una lettrice accanita o forse una stella del calcio. Ma Kidisti è nata nelle zone rurali dell’Eritrea, la maggiore di 5 ragazze a cui il padre contadino e la madre hanno affidato le loro migliori speranze. I loro sogni non comprendevano la coscrizione militare obbligatoria e indefinita che inizia all’età di 18 anni sia per gli uomini che per le donne, così, insieme alla zia e allo zio, ha guadagnato i 5000 $ necessari per fuggire dal paese. Ho detto a Kidisti che la sua famiglia deve avere molta fiducia in lei per spendere tutti quei soldi per farle raggiungere l’Europa e lei ha confermato dicendo “molti, molti soldi”.

Da genitore non posso immaginare di lasciar partire mio figlio in un’età in cui si è così vulnerabili. Ma io non ho mai dovuto lottare per poter esprimere la mia fede e non ho mai avuto paura di esser imprigionata e torturata senza un processo. Invece, il paese che Kidisti ha lasciato è stato descritto dalla BBC come “uno dei paesi al mondo di cui si hanno meno notizie”. Secondo l’Economist, l’Eritrea viola i diritti umani costantemente. “Triste” è come Human Rights Watch descrive la situazione. E tutti questi orrori sono esacerbati dalla mancanza di stampa indipendente e di libero accesso ad internet. Kadisti nel suo paese ha cercato la libertà. In Eritrea “non potevamo parlare dei nostri problemi”, dice. Mentre milioni di persone nel mondo occidentale si preoccupano di come i loro figli usano il loro tempo su internet, in Eritrea, secondo un report pubblicato dalla BBC nel 2013, solo il 6% ha un accesso al web.

Kidisti ha deciso quindi di lasciare la propria casa a piedi e con molta cautela ha attraversato l’Africa orientale, dove le iene possono ferirti o ucciderti. Si è avvicinata al confine con l’Etiopia avendo molta paura della polizia militare, i cui fucili possono spezzare la tua vita in ogni momento. Una volta al sicuro attraverso il confine, ha atteso in un campo in Etiopia per due mesi e lì ha imparato l’inglese. Dall’Etiopia ha preso un autobus per il Sudan e poi il passaggio insidioso del deserto. Oltre 100 persone erano stipate nel retro di un camion. La sua bocca era arsa dall’assenza di acqua e di cibo per 2 giorni. Il suo cuore è esploso – dice – quando 6 delle donne sul camion sono state stuprate. Solo dieci giorni più tardi ha raggiunto la costa della Libia. Lì Kidisti è salita a bordo, con altre 1100 persone, su un’imbarcazione alla volta dell’Italia. In realtà le barche erano due, la prima aveva un motore e trasportava 750 persone mentre la seconda portava 350 persone ed era rimorchiata dalla prima.

Ora Kidisti è a Lampedusa, una piccola isola italiana nel mezzo del Mar Mediterraneo, da molti definita la Porta d’Europa. “Quali sono i tuoi sogni?”, le ho chiesto. Il suo viso si illumina e mi dice: “Voglio studiare matematica e inglese.” Ribatto, “ma il tuo inglese è così buono!”. Con un sorriso imbarazzato, mi risponde: “Io voglio essere perfetta.” Spera di diventare un pilota, così di guadagnare abbastanza in modo da poter mandare a casa dei soldi per sostenere la sua famiglia in Eritrea. Il suo spirito coraggioso, la sua mente acuta e la sua tenera compassione mi danno speranza per il mondo. Come osiamo metterci di traverso ai sogni di questa ragazza? Così le ho chiesto se avesse un messaggio che il mondo doveva conoscere e lei mi ha risposto: “questo viaggio è troppo pericoloso. La gente non dovrebbe farlo. Dovrebbero volare”. Io penso che Kidisti dovrebbe essere il pilota!

Carla Aday

(altre testimonianze simii sono reperibili al seguente indirizzo: http://www.mediterraneanhope.com/)

Testimonianza e dati estratti dall’ultimo rapporto Unicef sulle condizioni dei bambini che si trovano  a viaggiare da soli attraverso il mediterraneo centrale. 

(UNICEF – CHILD ALERT    FEB 2017)

Un viaggio mortale per i bambini

“Ci hanno arrestati e condotti nella prigione di Zawia. Niente cibo. Niente acqua. Ci picchiavano ogni giorno. Nessun dottore o medicine.”                       

Testimonianza di Kamis, una bambina di 9 anni detenuta in Libia.

Si ritiene che ci siano 34 centri detentivi  in Libia. Il governo ne gestisce solo 24 che “ospitano” dai 4000 ai 7000 detenuti, mentre gruppi armati di varia natura gestiscono un numero imprecisato di  altri centri.

La comunità internazionale ha accesso a meno della metà dei centri di detenzione esistenti.

Fare una stima dei bambini che rimangono soli è molto difficile. In totale i bambini sembrerebbero costituire il 9%, del totale dei migranti. Un terzo di questi bambini non sono accompagnati. Nel 2016 I bambini giunti da soli in Italia erano più di 25 800, tre volte di più rispetto ai bambini che sarebbero dovuti partire dalla Libia.

Questo dato risulta indicativo di un dramma che certamente è assai più grande di quello ufficialmente registrato.

Sebbene non risulti ancora chiaro in quali proporzioni i bambini siano solo temporaneamente separati dai loro genitori o completamente soli, è certo che la condizione di isolamento li rende particolarmente vulnerabili a ogni forma di violenza e abuso. Il 92% di tutti i bambini giunti lo scorso anno in Italia non era accompagnato.

Tempo di preghiera e di intercessione comunitaria:

Gesto simbolico: Dire ai bambini di  mettere le barchette sul fonte battesimale, affidando le loro vite alla cura di Dio.

Leggere tutti insieme: Dio stesso ha detto: «Io non ti lascerò e non ti abbandonerò».

Così noi possiamo dire con piena fiducia: «Il Signore è il mio aiuto; non temerò. Che cosa potrà farmi l’uomo?»

Ebrei 13:5b-6

Tutta la comunità si alza in piedi per l’ultima lettura e la preghiera di benedizione

Lettura:

2 Ed egli, chiamato a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:

3 «In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.

4 Chi pertanto si farà piccolo come questo bambino, sarà lui il più grande nel regno dei cieli.

5 E chiunque riceve un bambino come questo nel nome mio, riceve me.

6 Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare.

Matteo 18:2-6

Preghiera di benedizione (al nome della città di Gaza, quando in neretto, si può sostituire quello di un’altra città che riteniamo essere luogo di sofferenza, es. Aleppo, Homs e Idlib o altri luoghi dove la voce e il canto dei bambini sono stati sostituiti dal silenzio):

Se c’è mai stato un momento per pregare, esso è ora. Se c’è mai stato un luogo abbandonato, esso è Gaza.

[…] Onnipotente, tu che fai eccezioni che noi chiamiamo miracoli, fai un’eccezione per i bambini di Gaza. Proteggili da noi e dai loro. Risparmiali. Guariscili. Lasciali vivere in tutta sicurezza. Liberali dalla fame e dall’orrore, dalla furia e dal dolore. Liberali da noi e dai loro.

Dona loro di ritrovare la loro infanzia rubata e il loro diritto di nascere, che è una anticipazione del Paradiso.

Ravviva nella nostra memoria, o Signore, le sorti del bambino Ismaele, padre di tutti i bambini di Gaza. Come il bambino Ismaele era senz’acqua, lasciato a morire nel deserto di Beer-Sheba, così spogliato di ogni speranza che sua madre non poteva sopportare di vedere la sua vita perdersi nella sabbia.

Sii quel Signore, il Dio del nostro consanguineo Ismaele, che ha udito il suo grido e ha inviato un suo angelo per consolare sua madre Hagar.

Sii quel Signore, tu che rimanesti con Ismaele quel giorno e per tutti i giorni successivi. Sii quel Dio di ogni misericordia, che ha aperto gli occhi di Hagar in quel giorno e le ha mostrato il pozzo affinché ella potesse dare da bere al piccolo Ismaele e salvargli la vita.

Allah, che noi chiamiamo Elohim, tu che doni la vita, che conosci il valore e la fragilità di ogni vita, invia i tuoi angeli a questi bambini. Salvali, i bambini di quel posto, Gaza la più bella, Gaza la dannata.

In questo giorno in cui l’ansia, la collera e il lutto che viene chiamato guerra afferra i nostri cuori e li copre di cicatrici, invocandoti, Signore il cui nome è pace ti chiediamo:
Benedici quei bambini e proteggili dal male.

Volgi lo sguardo verso di loro, Signore. Mostra loro, come se fosse per la prima volta, la luce e la bontà, la tua benevolenza travolgente.

Guardali, Signore. Permetti loro di vedere il tuo volto.

E, come se fosse per la prima volta, dona loro la pace.

Bradley Burston, del quotidiano Haaretz

(Illustrazione di copertina: dai Disegni della Frontiera di Franceaco Piobbichi. Iniziativa di Mediterranean Hope (MH),  progetto della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI)

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Monologo: King, visitato da un gruppo di persone nel carcere di Birmingham (Alabama)

di Massimo Aprile

L’attore interpreta Martin Luther King Junior, mentre a cavallo della settimana di Pasqua del 1963, si trova nel carcere di Birmingham.

Martin è seduto. Davanti a lui c’è una grata. Egli ha davanti a sé una Bibbia, un innario cristiano e un rotolo di carta igienica.

 

” Ciao ragazzi. Grazie della visita.

Oggi è lunedì 15 aprile 1963. Ieri è stata Pasqua.

Vi chiederete come mai mi trovo qui.

In verità questa è solo l’ennesima volta che vengo arrestato per motivi anche pretestuosi (guida senza patente, ecc.) Stavolta sono in cella di isolamento nella Contea di Jefferson vicino Birmingham. In una cella vicina alla mia, in isolamento anche lui, si trova il mio amico Ralph (Abernathy). Le prigioni della Contea sono piene di neri arrestati durante una sofferta campagna nonviolenta contro le discriminazioni razziali. Si arriva a quasi 350 persone

La ragione per cui siamo stati arrestati questa volta, è legata alla disobbedienza ad un decreto del giudice della Contea che aveva vietato al nostro movimento di marciare contro la segregazione nella città di Birmingham.

In questi giorni di detenzione mi conforta leggere il Vangelo e soprattutto l’insegnamento di Gesù in quel magnifico discorso che viene chiamato “Il sermone sul monte” e che è contenuto nei capitoli 5,6 e 7 del Vangelo di Matteo. “Gesù disse: Amate i nemici e pregate per quelli che vi perseguitano…”

Ma amare i nemici comprende il compito di fare appello alla loro coscienza quando commettono igniustizie…

Mi tengono compagnia i canti tradizionali e di fede della comunità afroamericana, chiamati negro-spirituals: canti intrisi di passione e dolore, come “Deep River” oppure “Were you there?”. (Intona il secondo)

Siamo venuti a Birmingham nella città più popolata dello Stato dell’Alabama chiamati da un pastore battista, Charles Shuttlesworth, leader del movimento per i diritti dei neri, nella città.

Qui, come in tanti posti del Sud ci sono mille leggi locali che fanno divieto ai neri di fare molte cose. Non possono entrare dalla porta principale nei negozi. Non possono usare gli stessi camerini per provarsi gli abiti, non possono andare nello stesso parco, nelle stesse toilette, sedere negli stessi tavoli dei ristoranti, bere alle stesse fontane pubbliche ecc.

“Ci riserviamo il diritto di servire chi vogliamo” si legge su cartelli all’ingresso dei negozi. Ma devi leggerli come il chiaro monito che i neri in quanto consumatori sono tollerati, ma restano cittadini di serie b.

Birmingham è una città di 300.000 abitanti, metà dei quali sono afro-americani. Vi sono delle industrie che producono acciaio. E spesso le discriminazioni razziali ci sono perfino tra gli operai. Sono l’unica consolazione offerta ad una schiera di bianchi, anche essi sfruttati, a causa di salari bassi.

Si ha spesso bisogno di qualcuno che stia peggio di te sul quale scaricare le tue frustrazioni.

Il fulcro della nostra iniziativa come movimento per i diritti civili, è, da un punto di vista logistico la chiesa battista che si trova nella 16a strada. Lì teniamo tutti i nostri incontri di preghiera e formazione alla lotta nonviolenta. Ma alle nostre iniziative partecipano anche un buon numero di credenti di altre denominazioni cristiane, soprattutto provenienti dalla chiesa metodista episcopale.

Da un punto di vista ideologico, il nostro movimento si basa, come a Montgomery, sulla nonviolenza. Chiunque vuole partecipare alle nostre marce e sit-in deve rinunciare a portare armi, anche solo un coltello, e deve essere disponibile a “porgere l’altra guancia”, non come segno di remissione e debolezza, ma come segno di forza, la forza dell’amore, di cui parlava anche il nostro grande maestro Gandhi.

Il nostro più violento antagonista in città si chiama Bull o’ Connor, è il capo della polizia. Ha cercato, fortunatamente senza riuscirvi, di essere eletto sindaco della città sulla base di un programma dichiaratamente razzista. Ha promesso di farcela pagare e in effetti non ha esitato di caricare i dimostranti, con l’ausilio dapprima dei cani poliziotto, e poi con quello degli idranti. Le sue cariche non si sono fermate neppure davanti a persone, uomini e donne inermi che mentre venivano aggredite si inginocchiavano a terra per pregare.

La televisione da qualche anno è entrata nella case degli americani, ma anche di tante persone nel mondo e quella scene di violenza sono state viste dovunque. Una vera vergogna per un paese che si vanta di essere il baluardo della democrazia nel mondo. Il presidente Kennedy non potrà non tenerne conto.

Quasi ogni giorno, malgrado le minacce, ci siamo incontrati nella chiesa, per pregare, per formarci alla ferrea disciplina della nonviolenza e per organizzare le nostre marce nel centro città.

E’ così che siamo finiti qui.

Dicevo che ieri è stata la Pasqua e sia io che il mio amico Ralph, anche lui pastore, non abbiamo potuto predicare la resurrezione di Cristo alle nostre rispettive comunità.

La presenza di questo rotolo di carta igienica non vi susciti ilarità.

Sto scrivendo una lunga lettera, approfittando della mia insonnia. Ma non hanno voluto darmi della carta per poterlo fare. Cercherò di far arrivare alla stampa questo mio messaggio di risposta scrivendolo su questo rotolo.

Quando abbiamo cominciato le nostre marce in città, siccome eravamo a ridosso delle feste pasquali, i commercianti hanno cercato di dissuaderci. “Aspettate!”, dicevano, “vedrete che quando entrerà in carica il neoletto sindaco, alcune cose miglioreranno”. In realtà essi dicevano così perché temevano che le nostre marce danneggiassero i loro affari in un periodo di maggiori vendite.

Ma noi siamo ormai stanchi di aspettare. Abbiamo capito ormai che “aspettare” nel lessico di molti, nei confronti dei neri, significa “mai”. Ma c’è un limite ad ogni attesa e i neri hanno aspettato anche troppo in questo paese.

E’ successo allora che alla vigilia della settimana di Pasqua é apparso sul ” Birmingham Newsuna lettera aperta a firma di 11 leader religiosi, tra cui alcuni pastori, un prete e perfino un rabbino. Questi ci hanno gentilmente chiesto di sospendere le nostre iniziative e, a noi che veniamo da altre città di andarcene via. Ci hanno detto che durante la “Settimana santa”, le nostre iniziative producevano turbamento alla coscienza dei credenti, e che dovevano coltivare la virtù della pazienza, per aspettare il tempo in cui tutti i problemi si sarebbero risolti.

Quando lessi quella lettera ne fui turbato e se ne accorse anche Ralph. Ma il tutto sarebbe finito lì, visto che siamo sopraffatti dalle tante cose da fare. Ma poi stato arrestato e messo in isolamento. A quel punto mi veniva offerta la possibilità di fermarmi e pensare un po’ e quindi anche di ordinare i pensieri per una risposta a quei colleghi nel ministerio.

La lunga lettera che ho scritto sul “rotolo” è uscita a pezzi. Non potevo minimamente immaginare che nel futuro sarebbe diventata un documento importante anche nella civiltà giuridica del Nord America.

Fondamentalmente in questo scritto ho affermato che non potevamo più “aspettare, perché una giustizia a lungo rimandata, è una giustizia negata”. Poi ho osservato che quando ci sono delle leggi ingiuste che umiliano una parte della popolazione a vantaggio di un altra, quelle leggi non hanno status morale, è giusto disobbedirle. E che, come Pietro l’apostolo, vengono momenti in cui dobbiamo pubblicamente dichiarare che “bisogna ubbidire a Dio prima che agli uomini”.

Ma ho scritto anche che chiunque infrange una legge, anche se ingiusta, deve essere disponibile a prendere su di sé le conseguenze di quella scelta, fino al carcere, se necessario. Non c’è redenzione senza sacrificio. A chi mi diceva che eravamo degli estremisti, ho scritto che sì, eravamo estremisti ma dell’amore e non dell’odio. Non avremmo accettato di sospendere le nostre marce, anche se avessero continuato a picchiarci e a metterci in carcere, perché c’era di mezzo la questione della giustizia e della dignità dell’essere umano, del bianco, come del nero.

Ho scritto, quello che sapevano tutti, e cioè che la Costituzione ci dava ragione e che le disposizioni di una municipalità non potevano contraddire una carta fondamentale che aspettava di essere ancora attuata.

Io e Ralph siamo rimasti in carcere per più di una settimana, poi, dopo aver pagato la cauzione di 200 dollari, siamo stati rimessi in libertà. Ma durante la mia detenzione è successa una cosa straordinaria, il presidente Kennedy ha telefonato a mia moglie Coretta Scott, informandosi sul mio conto e degli altri arrestati. Coretta gli ha detto che qui non abbiamo neppure delle lenzuola pulite. Il presidente è apparso molto premuroso e in Alabama tutti sanno di quella telefonata….

Voce fuori campo:

“La campagna di Birmingham fu una vittoria a tutto tondo. Tutto quanto richiesto dal movimento fu ottenuto. Ma il giorno della partenza un attentato dinamitardo colpi la stanza dell’albergo in cui King era alloggiato. Fu solo un caso se non ci furono vittime. Tuttavia il 15 settembre di quello stesso anno nella Chiesa Battista della 16a strada fu messa una bomba che esplose poco prima del culto. Quattro bambine ne rimasero uccise.

(Fonte bibliografica   “E le mura crollarono” di Ralph Abernathy. Sugarco Edizioni. Milano pp. 123-165)

 


 

Proposta liturgica

Preghiera: Padre grazie per averci scelto quali tuoi strumenti; Gesù grazie di averci affidato lo spartito della Parola; Spirito Santo insegnaci interpretare al meglio l’inno della vita nuova.

 

Salmo di apertura:

4 Cantate a Dio, salmeggiate al suo nome, preparate la via a colui che cavalca attraverso i deserti; il suo nome è il SIGNORE; esultate davanti a lui. 5 Dio è padre degli orfani e difensore delle vedove nella sua santa dimora; 6 a quelli che sono soli Dio dà una famiglia, libera i prigionieri e dà loro prosperità; solo i ribelli risiedono in terra arida.

Salmo 68:4-6

Inno

 

Lettura:

31 Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; 32 conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». 33 Essi gli risposero: «Noi siamo discendenti d’Abraamo, e non siamo mai stati schiavi di nessuno; come puoi tu dire: “Voi diverrete liberi”?»

34 Gesù rispose loro: «In verità, in verità vi dico che chi commette il peccato è schiavo del peccato. 35 Or lo schiavo non dimora per sempre nella casa: il figlio vi dimora per sempre. 36 Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi.

Giovanni 8:31-36

 

Inno

Testo della meditazione: Atti 16:25

“Verso la mezzanotte Paolo e Sila, pregando, cantavano inni a Dio; e i carcerati li ascoltavano”

Meditazione

L’episodio dell’arresto di Paolo e Sila a Filippi è drammatico, ma allo stesso tempo curioso. Due uomini, Paolo e Sila appunto, sono stati picchiati e imprigionati senza un regolare processo e senza aver commesso nulla di male. Paolo ha visto il proprio diritto di cittadino romano calpestato. La brutale esperienza appena vissuta dall’apostolo avrebbe dovuto piegarne lo spirito, invece a mezzanotte canta sonoramente insieme a Sila, al punto che tutti i prigionieri non possono far altro che starli ad ascoltare.

Il loro non è un semplice canto, ma una preghiera, un’espressione gioiosa di libertà e di fede.

Quanti paradossi sono contenuti in questo Evangelo di Gesù!

Generalmente pensiamo che la gioia di una persona sia proporzionale agli agi di cui si circonda, o comunque dipenda dall’assenza di gravi problemi nella propria vita. La Parola di oggi ci smentisce, disturbando la nostra percezione tanto ovvia quanto distorta della realtà.

Testimonianza

Le persone più felici che ho avuto modo di incontrare negli ultimi mesi sono due giovani ragazzi, Samuel e David, giunti in Italia attraversando il mediterraneo. Uno dei due ha il Salmo 23 tatuato su una spalla ed è fuggito dalla persecuzione di Boko Haram che ha trucidato alcuni membri della sua famiglia. Ora, proprio come Paolo e Sila, entrambi si trovano rinchiusi in un centro di detenzione, eppure la gioia donatagli dalla fede non è scemata, tutt’altro. Tutto ciò che ci chiedono per esser felici è una Bibbia.

La Gioia Evangelica non è limitata a un tempo futuro, né è circoscritta in uno spazio specifico; le sbarre non possono confinarla, né le acque dell’abisso potranno spegnerla.

Inno “We shall overcome”

“We Shall Overcome” è una canzone di protesta pacifista di derivazione Gospel, che divenne l’inno del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti d’America.

Sulle note di “we shall overcome”, Monologo di M.L. King preparato da Massimo Aprile.

Si consiglia di allestire un angolo della chiesa in modo da simulare la cella del Pastore King (sul sito oltre al testo da interpretare si troveranno anche delle immagini e dei files multimediali).

Preghiera: Si elevi una preghiera per chiedere al Signore di aiutarci a riconoscere le prigioni dell’anima e chiedergli di liberarci.

Lettura: 4 Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi.5 La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino.6 Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. 7 E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.

Filippesi 4:4-7

Già qui, a seconda del tempo che si ha a disposizione, la riunione potrebbe terminare, ma se si vuole l’incontro può proseguire come segue:

Ascoltare in sottofondo J.S. Bach: Motet BWV 227 ‘Jesu, meine Freude’, mentre se ne legge il testo offerto in traduzione.

Tedesco Italiano
1 Jesu, meine Freude,
Meines Herzens Weide,
Jesu, meine Zier,
Ach wie lang, ach lange
Ist dem Herzen bange
Und verlangt nach dir!
Gottes Lamm, mein Bräutigam,
Außer dir soll mir auf Erden
Nichts sonst Liebers werden.
1 Gesù, mia gioia,
diletto del mio cuore,
Gesù, mio tesoro,
ah, da quanto, da quanto tempo
il mio cuore soffre
e ardentemente ti desidera!
Agnello di Dio, mio sposo,
nessun’altro sulla terra
può essermi più caro di te.
2 Es ist nun nichts Verdammliches an denen, die in Christo Jesu sind, die nicht nach dem Fleische wandeln, sondern nach dem Geist. 2 Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù, che mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte. (Rm 8,1-2)
3 Unter deinem Schirmen
Bin ich vor den Stürmen
Aller Feinde frei.
Laß den Satan wittern,
Laß den Feind erbittern,
Mir steht Jesus bei.
Ob es itzt gleich kracht und blitzt,
Ob gleich Sünd und Hölle schrecken:
Jesus will mich decken.
3 Sotto la tua protezione
mi metto in salvo dalle tempeste
scatenate da tutti i nemici.
Sia che Satana si infuri,
sia che il nemico si accanisca,
Gesù è al mio fianco.
Anche se lampeggia e tuona,
se il peccato e l’inferno diffondono il loro terrore,
Gesù mi proteggerà.
4 Denn das Gesetz des Geistes, der da lebendig macht in Christo Jesu, hat mich frei gemacht von dem Gesetz der Sünde und des Todes. 4 Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù, mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte. (Rm 8,2)
5 Trotz dem alten Drachen,
Trotz des Todes Rachen,
Trotz der Furcht darzu!
Tobe, Welt, und springe,
Ich steh hier und singe
In gar sichrer Ruh.
Gottes Macht hält mich in acht;
Erd und Abgrund muss verstummen,
Ob sie noch so brummen.
5 A dispetto dell’antico serpente,
a dispetto delle fauci della morte,
a dispetto anche della paura!
Scatenati, terra, e trema,
io resto qui e canto
in perfetta pace.
La potenza di Dio mi mette in guardia;
la terra e gli abissi dovranno tacere
per quanto possano ora rumoreggiare.
6 Ihr aber seid nicht fleischlich sondern geistlich, so anders Gottes Geist in euch wohnet. Wer aber Christi Geist nicht hat, Der ist nicht sein. 6 Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. (Rm 8,9)
7 Weg mit allen Schätzen!
Du bist mein Ergötzen,
Jesu, meine Lust !
Weg ihr eitlen Ehren,
Ich mag euch nicht hören,
Bleibt mir unbewusst!
Elend, Not, Kreuz, Schmach und Tod
Soll mich, ob ich viel muss leiden,
Nicht von Jesu scheiden.
7 Via da me tutti i tesori,
sei tu il mio piacere,
Gesù, mio desiderio!
Basta, vani onori,
rifiuto di ascoltarvi,
non voglio conoscervi!
Miseria, pena, croce, disgrazia e morte,
qualunque sia la mia sofferenza,
non mi separeranno da Gesù.
8 So aber Christus in euch ist, so ist der Leib zwar tot um der Sünde willen; der Geist aber ist das Leben um der Gerechtigkeit willen. 8 E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. (Rm 8,10)
9 Gute Nacht, o Wesen,
Das die Welt erlesen,
Mir gefällst du nicht.
Gute Nacht, ihr Sünden,
Bleibet weit dahinten,
Kommt nicht mehr ans Licht!
Gute Nacht, du Stolz und Pracht!
Dir sei ganz, du Lasterleben,
Gute Nacht gegeben.
9 Buona notte, esistenza
che hai scelto il mondo,
non mi soddisfi.
Buona notte, peccato,
stai lontano da me,
non venire più alla luce!
Buona notte, orgoglio e gloria!
Soprattutto a te, vita di iniquità,
buona notte!
10 So nun der Geist des, der Jesum von den Toten auferwecket hat, in euch wohnet, so wird auch derselbige, der Christum von den Toten auferwecket hat, eure sterbliche Leiber lebendig machen um des willen, dass sein Geist in euch wohnet. 10 E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. (Rm 8,11)
11 Weicht, ihr Trauergeister,
Denn mein Freudenmeister,
Jesus, tritt herein.
Denen, die Gott lieben,
Muß auch ihr Betrüben
Lauter Zucker sein.
Duld ich schon hier Spott und Hohn,
Dennoch bleibst du auch im Leide,
Jesu, meine Freude.
11 Via, spiriti di tristezza,
poichè il signore della gioia,
Gesù, sta arrivando.
Coloro che amano Dio
accettano anche le loro sofferenze
come zucchero dolcissimo.
Sebbene qui sopporti beffe e infamie,
tu sei con me anche nel dolore,
Gesù, mia gioia.
Traduzione: Emanuele Antonacci

 

 

 

Sempre con la musica in sottofondo si osserva un minuto di silenzio pensando al dono della salvezza e alla libertà offerta in Cristo a ogni creatura.

Dopodiché si elevano preghiere di intercessione per tutti i prigionieri e in particolare per coloro che soffrono a motivo della loro fede.

 

Gesto simbolico: all’inizio del momento di preghiera chi presiede pone una bandiera dello Zimbabwe sul pulpito (oppure dei drappi di colore verde, giallo, rosso, nero) e inizia pregando per il Pastore Battista Evan Mawarire, leader del movimento nonviolento di protesta #ThisFlag

http://www.nev.it/nev/2017/02/09/zimbabwe-libero-pastore-battista-fondatore-del-movimento-thisflag/

invitiamo tutti a pregare anche per Samuel, per David (i nostri due fratelli che ora sono in carcere), per Asia Bibi prigioniera da circa 3000 giorni in Pakistan, per tutti/e coloro che sono detenuti affinché non smettano di credere e cantare. Non si stanchino di resistere, trovino pace e gioia nel Signore e vedano presto i loro diritti rispettati.

Benedizione

«Andate […] non siate tristi; perché la gioia del SIGNORE è la vostra forza».

Nehemia 8:10

Inno (si può cantare o ascoltare nuovamente l’ultima strofa di “We shall overcome”)

 

A cura della Pastora Antonella Scuderi

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Il diritto di lodare

Emanuele G. Aprile

Vi proponiamo di seguito alcuni inni che pensiamo possano essere condivisi e cantati in questa settimana, inserendosi pienamente nella riflessione sui diritti umani. Possiamo utilizzarli in incontri organizzati ad hoc o nella liturgia domenicale.

Nella scelta di questi canti abbiamo pensato soprattutto a diverse dimensioni del viaggio: da un lato un viaggio che assomiglia più a un esodo, l’abbandono di una terra alla ricerca di un’altra, oppure un viaggio di deportazione, fatto contro la propria volontà; dall’altro lato un viaggio guidato dalla speranza e dalla mano di Chi ci condurrà verso la salvezza di cui tutti e tutte abbiamo bisogno.

Non potevamo non fare riferimento alla tradizione degli spiritual afroamericani, con le loro melodie intrecciate di dolore e di speranza. È forse l’unico diritto cui gli antichi schiavi africani non hanno mai rinunciato: il diritto al ritmo, alla musica, al canto.

Ecco i tre spiritual che vi proponiamo:

  • “Quando infuria la tempesta” – n° 274 da Celebriamo il Risorto
  • “O Signore, cammina con me” – n° 269 da Celebriamo il Risorto

3) “Tu Signor sei il mio pastore, seguirò Te” – n° 253 da Celebriamo il Risorto, che nell’originale inglese canta nella prima strofa “Lord I want to be a Christian” ovvero “Signore voglio essere cristiano”.

I primi due canti hanno un ritmo e una cadenza tipici dei canti da lavoro e sono caratterizzati quindi da una melodia strettamente legata al movimento del cammino sofferto. Non si può cantare questi antichi spiritual senza pensare al nostro mar Mediterraneo e a quanto questo di recente rappresenti sempre più spesso la “notte tenebrosa e tempestosa” da attraversare, con il desiderio di una nuova vita, ricca di speranze. Allora come oggi un cammino così difficile è possibile solo grazie all’aiuto del Signore.

Il terzo canto fa invece riferimento ad un altro tipo di viaggio. Un viaggio che riguarda tutti/e noi. Si potrebbe chiamare il viaggio del diventare o ridiventare credenti: seguire il Signore e lasciare che sia Lui a guidare i nostri passi, diventare discepoli di Cristo. Lasciare che sia Lui a prenderci per mano e condurci nella nostra nuova vita di senso, qui ed ora, per poi indirizzarci verso la vita eterna: questo è un viaggio che siamo tutti e tutte chiamati/e a fare, verso una vita più piena.

Verso una speranza più grande.

Il diritto al lavoro

“Se vuoi costruire una barca,
non radunare uomini per tagliare legna,
dividere i compiti, e impartire ordini,
ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito”
(Antoine de Saint-Exupéry)

L’articolo 23 della dichiarazione universale dei diritti umani dice:
1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione.
2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.
4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

E qui potremmo concludere la scheda perché veramente in questo testo c’è tutto quanto ha senso dire sul diritto al lavoro. Difatti si pone il lavoro giusto, equamente retribuito e libero tra i diritti fondamentali della persona. E se è un diritto fondamentale, bisogna assolutamente parlarne nella settimana di evangelizzazione che stiamo dedicando ai diritti umani.
Fiumi di inchiostro sono stati già scritti su questo tema dal punto di vista teologico, politico, del diritto e degli studi sociali. Vorrei allora presentarvi tre storie che come tre parabole illustrano le parole vocazione, solidarietà e dignità. Questi tre termini posti di fianco alla parola lavoro lo qualificano e lo trasformano in senso di vita. Infatti il lavoro è il luogo dove, come cristiani/e laici siamo chiamati a vivere la nostra vocazione; quando sul posto di lavoro si costruiscono realzioni solidali si esce dal guscio della propria solitudine per divenire collettività in grado di rivendicare diritti; ed infine un lavoro che calpesti la dignità umana è schiavitù.

IL LAVORO È VOCAZIONE
Alexandra è una ragazza di 15 anni, ha sempre avuto difficoltà a scuola forse perché la non ha mai imparato bene l’italiano o forse per la sua delicata timidezza. I compiti e le interrogazioni le hanno da sempre generato quella sottile inquietudine che mette in dubbio le tue capacità e ti dà la certezza che non sarai mai all’altezza delle aspettative degli adulti. Terminate le scuole medie ha iniziato a frequentare un istituto professionale per prepararsi a lavorare nelle panetterie e nelle pasticcerie. In breve ha avuto l’occasione di misurarsi nel mondo del lavoro con uno stage presso una pasticceria, una delle più conosciute in città. L’ho incontrata qualche settimana dopo e ho colto nei suoi occhi la luce di una nuova consapevolezza. Mi ha raccontato delle brioche alla crema e delle crostate che confezionava ogni giorno senza sbagliarne una con matematica precisione e con amorevole dolcezza. Aveva imparato a conoscere la fatica per le tante ore passate in piedi, la necessità di rispettare gli orari e la disciplina della gerarchia. Aveva scoperto di essere fiera di quanto riusciva a fare con le sue mani e della fiducia che le avevano dato affidandole incarichi da svolgere in autonomia. La sera mentre preparava l’impasto del dolce che durante la notte sarebbe lievitato percepiva una profonda commozione perché il suo lavoro era importante per la felicità di molti. Se lei non lo avesse svolto con serietà e passione il mattino successivo sarebbero mancate le brioche che in tanti cercavano per iniziare la giornata con il piacere di una corroborante colazione al bar.

IL LAVORO COSTRUISCE SOLIDARIETA’
Dal 24 gennaio 2017 le lavoratrici e i lavoratori della KFLEX di Roncello (Monza-Brianza) sono in sciopero continuativo per difendere il proprio lavoro. Il padrone della loro ditta ha deciso improvvisamente di chiudere la produzione nella sede storica, quella da cui è iniziata la parabola di una azienda familiare nata nelle campagne brianzole e divenuta multinazionale da 320 milioni di euro di fatturato. L’impresa in dieci anni ha aperto sedi all’estero, ha acquisito concorrenti e con il suo marchio è leader nel campo degli isolanti. Non siamo quindi di fronte ad una situazione di crisi o di difficoltà. Eppure durante le festività natalizie qualcosa di strano è successo. Personale esterno è arrivato e ha smontato parte di una linea di produzione per trasferirla in Polonia. Roncello è un paese molto piccolo e il traffico di camion nel periodo di chiusura non è passato inosservato. Sindacati, regione e governo si sono subito interessati e di fronte alle richieste di chiarimento sono arrivate 187 lettere di licenziamento e la comunicazione della chiusura della produzione. La mobilitazione è stata istantanea e compatta. Dal giorno stesso sino ad oggi i lavoratori sono scesi in sciopero a zero ore e hanno iniziato a presidiare i cancelli per evitare il saccheggio delle preziose attrezzature. Si danno il turno seguendo gli stessi ritmi di quando lavoravano, hanno costruito tende per cucinare e ripararsi dal freddo. Sono sostenuti dall’intero territorio e sono organizzati da sindacalisti capaci. Si sono mobilitati in una gara di solidarietà paesi, sindaci, gente comune, i lavoratori delle fabbriche vicine, le scuole, le parrocchie, i locali di svago e gli artisti della zona. Ognuno secondo le sue possibilità e le sue capacità: c’è chi dà il cambio al presidio, chi si incarica di diffondere le notizie a TV, giornali e web, chi porta pacchi di viveri e medicine e chi raccoglie soldi. Perché dopo due mesi di sciopero totale le buste paga sono vuote e allora si fa la colletta per le famiglie dei lavoratori della KFLEX nelle aziende vicine, durante gli spettacoli e le conferenze organizzate a sostegno o la sera in birreria. Questa lotta ci parla di lavoro negato, di rabbia e di determinazione, ma anche di una grande solidarietà, di bambini e bambine in bicicletta, di infinite partite a pallone, di 31 nazionalità diverse coinvolte, di tè alla menta, di arancini, salamelle, cuscus, preghiere su un tappeto o al parco di Monza di fronte al papa. Il grido di questi lavoratori è tutti insieme fino alla fine, ma chi li circonda continua a ripetersi non lasciamoli soli, non lasciateli soli.

LAVORO SENZA DIGNITA’
Khalid Hmad è arrivato dal Marocco per raccontarci come sono riusciti creare il sindacato nella sede di Bouskoura della STMicreelectronics, la multinazionale italo-francese della microelettronica. In una grigia giornata di novembre in piedi di fronte ai suoi colleghi italiani parla con lentezza di come è vivere in un paese dove ogni diritto è una conquista. Fino al 2010 si lavorava certamente, ma di un lavoro che non offriva dignità e non ti faceva sentire persona. Dopo quella data tutto ha iniziato a cambiare. L’UMT ( il sindacato marocchino) ha preso contatto con una dozzina di persone e ha organizzato con loro delle riunioni segrete nella sua sede di Casablanca per parlare dei problemi dei lavoratori in ST e di come portare avanti le rivendicazioni per porre fine a discriminazioni ed ingiustizie. Riescono in breve a contattare e coinvolgere un gran numero di colleghi sino ad organizzare un’elezione per la nomina di un comitato dei rappresentanti dei lavoratori. A questo punto sono pronti per la loro prima uscita allo scoperto. Organizzano un volantinaggio nelle linee di produzione consapevoli del rischio che corrono. Difatti neanche un’ora dopo l’inizio della distribuzione del materiale i rappresentanti sindacali vengono licenziati e accompagnati fuori dalla azienda dove li attende la polizia per arrestarli. I lavoratori scendono immediatamente in sciopero e bloccano l’attività produttiva in tutta l’azienda. Ci sono le immagini di questo primo sciopero a Bouskoura in Marocco. Si vedono centinaia di lavoratori vestiti di bianco (il colore delle tute nelle linee di produzione dell’elettronica di precisione). Sono di fronte ai fabbricati dove di solito lavorano, sullo sfondo le palme agitate dal vento e nell’aria le voci degli uomini che si danno coraggio e quelle delle donne che cantano. Si dicono di non aver paura e che la loro vittoria arriverà se non oggi, domani. Di fronte ad una mobilitazione così massiccia la dirigenza deve accettare la costituzione di un sindacato e l’inizio delle sue attività. I 12 rappresentanti vengono rilasciati e reintegrati nel posto di lavoro. Da allora molti miglioramenti sono stati ottenuti nella sede marocchina della ST: una maggiore protezione della maternità, la mensa, l’assistenza medica e consistenti aumenti salariali. Tuttavia Khalid conclude dicendo che tutto questo è molto importante ma che la loro più grande vittoria è stata quella di riappropriarsi della loro dignità.

a cura di Isabella Mica


Diritti negati e doveri dimenticati all’ILVA di Taranto.

La parola diritto, indipendentemente dal suo significato dal punto di vista linguistico e giuridico, evoca in ognuno di noi una moltitudine di pensieri legati all’esperienza. Rovistando tra i nostri ricordi non potremo mai dimenticare quando, il 10 dicembre dell’ormai  lontano 2008, abbiamo visto i camion lasciare la nostra azienda agricola, carichi dei nostri animali e dei nostri progetti per il futuro, destinati entrambi al macello  e alla distruzione indiscriminata perchè inquinati.

Dall’inizio di tutto sono trascorsi quasi 9 anni. Nel frattempo è iniziato un processo denominato ‘Ambiente Svenduto’ che stenta a decollare impantanato nelle lungaggini burocratiche e nei “ piccoli “ ed apparentemente fortuiti errori di cancelleria; si sono succeduti ben undici decreti salva-ILVA, compreso il primo ( D.L. 03/12/2012 n. 207 convertito in legge n. 231 del 24/12/2012 ) la cui costituzionalità,  noi, nel nostro piccolo, tentammo di contestare, per mezzo del nostro avvocato, il 9 Aprile del 2003 presenziando all’udienza tenutasi in Corte Costituzionale. La speranza, poi rivelatasi infondata, era quella di rivendicare il diritto alla salute come cittadini in contrasto con chi da quel momento in poi ha di fatto sciorinato una serie di imposizioni tese a vanificare l’operato della magistratura. Da sempre, nel corso di tutti questi anni, ogni qual volta si è tentato di affrontare la ‘ questione ILVA’ tutto si bloccava nel momento in cui con grande ipocrita maestria si arrivava a contrapporre il diritto alla salute al diritto al lavoro (nel nostro caso peraltro, da allora, entrambi negati visto che l’ILVA continua a ‘ fumare’ allegramente ma noi non possiamo pù svolgere alcuna attività vigendo il divieto di pascolo nel raggio di 20 Km intorno allo stesso polo industriale).

E’ più importante il diritto alla salute o il diritto al lavoro? A questo è stato “ridotto” il problema a Taranto. Un conflitto fra diritti, almeno questo fa comodo pensare. Quale diritto negare? Ormai abitualmente tutto viene ridotto ad una guerra da vincere o da perdere. E’ più importante il lavoro del contadino, quello dell’operiaio oppure quello del pescatore? Va difeso il lavoro dell’allevatore di cozze o quello del metalmeccanico? Bisogna preservare sempre e comunque il diritto al lavoro dell’uomo o preservare anche l’ambiente in cui esso vive? E’ più importante la salute, dentro e fuori la fabbrica, o il lavoro a qualsiasi costo?  Una tensione questa che non è facile da gestire: possiamo scegliere di non vederne le contraddizioni, abbandonandoci alla schizofrenia e all’ipocrisia diffusa, oppure, vivendo tutto il peso di questa tensione possiamo cercare di impegnarci per rispondere ai bisogni del mondo che ci circonda?

Vivendo questa emblematica situazione ci siamo trovati più di una volta a riflettere sulla parola  dovere, certamente troppo “scontata” e scomoda, ma si tratta inevitabilmente dell’altra faccia della medaglia che permetterebbe di affrontare la situazione in maniera diversa: quali sono i doveri dell’uomo? Mentre si parlava della gerarchia dei diritti nel corso dell’udienza sopra descritta, ci sono balzati alla mente volti e nomi di coloro che se avessero adempiuto al dovere di amministrare, tutelare, controllare, proporre, costruire, informare, lavorare, forse le cose sarebbero andate diversamente.

Nell’arco di 10 anni la situazione a Taranto non è cambiata. Dopo quello che fu uno dei primi, si sono susseguiti altri 9 decreti salva ILVA atti a coprire l’inefficienza e l’inefficacia di una politica miope e autoreferenziale, ancora una volta per sfruttare la situazione fino alla fine senza costruire alternative degne di questo nome. Tutto ciò ha condotto decine di cittadini dal 2013 in poi a rivolgersi alla Corte di Strasburgo per denunciare la violazione della Convenzione Europea dei Diritti Umani. Pensiamo, però, spesso, anche al dovere di chi avrebbe potuto informarsi e appoggiare la costruzione di alternative senza svendere il proprio voto; con ciò ci riferiamo a tutti noi quando ci sentiamo vittime e con la coscienza a posto solo perché l’abbiamo  conservata come un bel vestito senza mai usarla. Poi, la memoria si rivolge alle vittime, quelle vere: ai bambini e alle bambine morti di tumore, ai genitori che li hanno accompagnati nel loro calvario e che li hanno pianti, ai ragazzi e alle ragazze che convivono con malattie imputabili ad un’ambiente malsano, a coloro che per lo stesso motivo hanno perso i genitori. Non possiamo fare a meno di pensare a tutti gli animali abbattuti e smaltiti come rifuti tossici e all’ambiente che ci è stato donato e del quale inconsapevolmente siamo parte integrante.

In questo momento storico forse stiamo voltando le spalle ai nostri doveri per cui anziché pensare solo al diritto di mantenere i nostri privilegi dovremmo pensare anche al dovere di rispondere adeguatamente a chi, in situazioni di bisogno bussa alle nostre porte; anziché sfruttare tutte le risorse disponbili dovremmo sentirci in dovere di preservare questo mondo da condividere con le generazioni future e le altre creature; anziché pensare al diritto di avere figli con l’uso di tutti i mezzi esistenti forse dovremmo pensare al diritto dei bambini ad avere dei genitori e al nostro dovere di sentirci tali per tutti quelli ai quali questo diritto è stato negato. Forse dovremmo imparare ad adempiere i nostri doveri  affrontando le conseguenze delle nostre scelte nel rispetto delle libertà individuali senza  alimentare quell’individualismo esasperante che ormai ci caratterizza.

a cura di Maria Fornaro


Proposta Liturgica

Durante l’incontro si consiglia di alternare a piacere i canti, le letture e le testimonianze offerte, intervallandole con preghiere spontanee.

Lettura:

10 I giorni dei nostri anni arrivano a settant’anni; o, per i più forti, a ottant’anni; e quel che ne fa l’orgoglio, non è che travaglio e vanità; perché passa presto, e noi ce ne voliam via.

11 Chi conosce la forza della tua ira e il tuo sdegno con il timore che t’è dovuto?

12 Insegnaci dunque a contar bene i nostri giorni, per acquistare un cuore saggio.

13 Ritorna, SIGNORE; fino a quando? Muoviti a pietà dei tuoi servi.

14 Saziaci al mattino della tua grazia, e noi esulteremo, gioiremo tutti i nostri giorni.

15 Rallegraci in proporzione dei giorni che ci hai afflitti e degli anni che abbiamo sofferto tribolazione.

16 Si manifesti la tua opera ai tuoi servi e la tua gloria ai loro figli.

Salmo  90:10-16

Invocazione: Dio liberatore: Padre amorevole, Figlio giusto, Spirito Santo  rendi i nostri cuori sensibili alla tua voce e conduci il tempo che ti consacriamo.

Inno

Lettura di una o più testimonianze scritte da Isabella Mica

Lettura: 13 Lavora sei giorni, e fa’tutto il tuo lavoro, 14 ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al SIGNORE Dio tuo; non fare in esso nessun lavoro ordinario, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bue, né il tuo asino, né il tuo bestiame, né lo straniero che abita nella tua città, affinché il tuo servo e la tua serva si riposino come te. 15 Ricòrdati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente e con braccio steso; perciò il SIGNORE, il tuo Dio, ti ordina di osservare il giorno del riposo. Deuteronomio 5:13-15

Inno

Preghiera: Per amore del profitto  abbiamo abbassato la guardia e siamo divenuti complici di innumerevoli sacrifici umani.  Tu che per tutti noi hai sofferto, converti il nostro cuore alla fraternità. Tu conosci la fatica del lavoro, aiutaci a ritrovare la solidarietà dimenticata e a raddrizzare le vie tortuose. Tu, carpentiere morto inchiodato a un legno, perdonaci.  Donaci gli strumenti, le parole e i gesti per contrastare l’ingiustizia col tuo Evangelo. Tu, padrone della vigna, rendi i datori di lavoro timorati di te e  giusti; sostienili  nelle loro imprese. Aiuta ogni persona a trovare un lavoro dignitoso e a svolgerlo con passione, in modo da onorarti, rispondendo alla tua santa vocazione. Grazie Signore perché il lavoro, come il perdono, presso di te non mancano mai.

Tutti: Concedici di affaticarci nella tua vigna ed entrare nel tuo riposo.

Inno

Lettura della testimonianza di Maria Fornaro

Lettura biblica: 6 Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via; ma il SIGNORE ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. 7 Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l’agnello condotto al mattatoio, come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca. 8 Dopo l’arresto e la condanna fu tolto di mezzo; e tra quelli della sua generazione chi rifletté che egli era strappato dalla terra dei viventi e colpito a causa dei peccati del mio popolo? Isaia 53:6-8

Inno 

Animazione: Disporre sul tavolo della Santa Cena il cestino del pane con  delle viti e dei bulloni e un calice pieno di benzina (con vicino una tanica).

Far passare tra le panche tali elementi a mo’ di Santa Cena chiedendo se qualcuno ne vuole.

Preghiere spontanee:

Lettura: per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo: 2 un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato;3 un tempo per uccidere e un tempo per guarire; un tempo per demolire e un tempo per costruire;  4 un tempo per piangere e un tempo per ridere; un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare; 5 un tempo per gettar via pietre e un tempo per raccoglierle; un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci; 6 un tempo per cercare e un tempo per perdere; un tempo per conservare e un tempo per buttar via; 7 un tempo per strappare e un tempo per cucire; un tempo per tacere e un tempo per parlare; 8 un tempo per amare e un tempo per odiare; un tempo per la guerra e un tempo per la pace. 9 Che profitto trae dalla sua fatica colui che lavora? 10 Io ho visto le occupazioni che Dio dà agli uomini perché vi si affatichino. 11 Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo: egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell’eternità, sebbene l’uomo non possa comprendere dal principio alla fine l’opera che Dio ha fatta. 12 Io ho riconosciuto che non c’è nulla di meglio per loro del rallegrarsi e del procurarsi del benessere durante la loro vita, 13 ma che se uno mangia, beve e gode del benessere in mezzo a tutto il suo lavoro, è un dono di Dio. 14 Io ho riconosciuto che tutto quel che Dio fa è per sempre; niente c’è da aggiungervi, niente da togliervi; e che Dio fa così perché gli uomini lo temano. 15 Ciò che è, è già stato prima, e ciò che sarà è già stato, e Dio riconduce ciò ch’è passato.

Ecclesiaste 3:1-15

Preghiera, ogni persona può pronunciarne una frase:

Dio del Cielo e della Terra, poni un limite all’avidità delle tue creature. Insegnaci a non pensare solo al nostro benessere o alla nostra sola “salvezza”. Dio del Patto e di Alleanza, rendi il vincolo che ci lega a ogni essere umano  più forte di ogni altra distinzione.  Aiutaci a restare uniti nel tuo amore e a non contrapporre il diritto dell’uno a danno dell’altro. Riconcilia Marta e Maria, affinché si uniscano in una medesima fatica ed entrino in uno stesso riposo;  ristabilendo le giuste priorità, lasciando a ogni giorno il proprio affanno e riscoprendo l’affetto che le unisce. 

Caro Dio, aiutaci a non fare la cosa giusta nel momento sbagliato, ma rendici capaci di discernere i tuoi tempi. Plasma la nostra coscienza e donaci  la forza per rifiutarci di stilare o sottoscrivere ogni contratto che arrechi danno a un’altra persona. Metti la tua legge nel nostro cuore e Insegnaci a scrivere, onorare e difendere con la nostra mano leggi che tutelino i diritti di tutti/e.

Gesto simbolico: Sostituire gli elementi del petrolio e dell’acciaio col Pane ed il vino, ponendo al loro fianco grano e uva. Si trovino degli anziani, dei contadini e persone appartenenti a ceti sociali diversi per offrirli alla Comunità.

Inno e Benedizione

17 La grazia del Signore nostro Dio sia sopra di noi, e rendi stabile l’opera delle nostre mani; sì, l’opera delle nostre mani rendila stabile.

Salmo 90:17-1

a cura di Ivano De Gasperis

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Il diritto di cantare – Settimana di evangelizzazione per i diritti umani

ALLE FRONDE DEI SALICI 

E come potevamo noi cantare 

Con il piede straniero sopra il cuore, 

fra i morti abbandonati nelle piazze 

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento 

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero 

della madre che andava incontro al figlio 

crocifisso sul palo del telegrafo? 

Alle fronde dei salici, per voto, anche le nostre cetre erano appese, oscillavano lievi al triste vento. 

(Salvatore Quasimodo)

 

 

Alle Chiese

Ai/alle pastori/e

Ai responsabili di Chiesa

Care sorelle e cari fratelli, il 4 aprile inizierà la settimana di Evangelizzazione per i Diritti Umani promossa dal D.E. dell’Ucebi in condivisione con le Chiese Valdesi e Metodiste.

Da tale data, che coincide con la morte del Pastore Battista M.L. King, fino alla domenica successiva, 9 aprile, vorremmo offrirvi degli spunti per condurre riunioni di preghiera, condividere meditazioni e proporre animazioni che aiutino le nostre comunità a far risuonare la Parola dell’Evangelo laddove c’è bisogno, andando a curare nel nome di Gesù le piaghe che affliggono la nostra società.

Nei prossimi giorni pubblicheremo online delle tracce e proposte liturgiche che potrete reperire e scaricare dal sito del Seminatore. Esse seguiranno il filo rosso del canto per affrontare diverse tematiche inerenti i diritti umani: i diritti delle donne; la libertà religiosa; il diritto dei bambini al gioco, alla gioia e alla vita; la dignità del lavoro; i diritti delle persone affette da disabilità e il diritto del creato.

Il punto di partenza di questo nostro itinerario è offerto da una struggente poesia di Quasimodo che, com’è noto, ricalca i versi del Salmo 137:

«Ai salici delle sponde avevamo appeso le nostre cetre. Là ci chiedevano delle canzoni quelli che ci avevano deportati, dei canti di gioia quelli che ci opprimevano, dicendo: “Cantateci canzoni di Sion!” Come potremmo cantare i canti del SIGNORE in terra straniera?»

Il senso di questi testi è chiaro, davanti allo scandalo della negazione di ogni più elementare diritto umano la voce “dei figli e delle figlie del Canto” tende ad affievolirsi, fino a tacere.

Di fronte alle tante sfide globali e, a 500 anni dalla Riforma, alle delusioni dovute a una fede fin troppo poco incisiva, non saremo tentati anche noi di appendere i nostri strumenti “alle fronde dei salici”?

C’è una storia forse di fantasia, ma per certo istruttiva, che ci incoraggia a proseguire nella missione che Dio ci ha affidata.

«Era il 18 novembre 1995, e il celebre violinista Itzhak Perlman si esibiva al Lincoln Center di New York City. Camminava con le stampelle, a causa della poliomielite avuta da bambino. Il pubblico attendeva pazientemente che attraversasse il palcoscenico fino ad arrivare alla sedia.

Si sedette, appoggiò le stampelle al suolo, rimosse i rinforzi dalle gambe, si sistemò nella sua posa caratteristica, un piede piegato all’indietro, l’altro spinto in avanti, si piegò verso il basso per prendere il violino, lo trattenne fermamente con il mento, e fece un cenno col capo al direttore d’orchestra per indicare di essere pronto. Era un rituale familiare per i fan di Perlman. Ma quella volta qualcosa andò storto.

Poco dopo aver suonato le prime note, una delle corde del suo violino si ruppe. La si poté sentire spezzarsi con uno schiocco secco, esplose come un colpo di pistola attraverso la stanza. Non c’erano dubbi su ciò che significava quel suono. Non c’erano dubbi su cosa avrebbe dovuto fare.

Era ovvio, avrebbe dovuto posare il suo violino, rimettere i rinforzi per le gambe, prendere le stampelle, alzarsi in piedi, dirigersi faticosamente dietro le quinte e prendere un altro violino o cambiare la corda del suo violino.

Ma non lo fece. Perlman Chiuse gli occhi per un momento, e poi segnalò al direttore d’orchestra di iniziare da capo. Il pubblico era ammaliato.

Tutti sanno che è impossibile suonare un brano sinfonico con solo tre corde. Io lo so, e voi lo sapete, ma quella notte Itzhak Perlman si rifiutò di saperlo. Suonò con una tale passione ed un tale potere ed una tale purezza che lo si poteva vederlo modulare, cambiare e ricomporre il pezzo nella sua testa. Quando finì ci fu un silenzio reverenziale, e poi il pubblico si levò, come una cosa sola. Erano tutti in piedi, urlavano e applaudivano, facendo tutto ciò che potevano per mostrare quanto apprezzavano ciò che aveva fatto. Egli sorrise, si asciugò il sudore dalla fronte, alzò il suo archetto per quietare il pubblico, e poi disse: “Sapete, talvolta è compito dell’artista scoprire quanta musica può ancora creare con ciò che gli è rimasto”».

Dai campi di cotone, fino alle marce condotte da King, i servi e le serve del Signore cantano sperando contro speranza. Canta il balbuziente Mosè (donando speranza agli schiavi oppressi), canta la giudice Deborah (donando forza alle donne umiliate), cantano Paolo e Sila in prigione (regalando libertà ai prigionieri), cantano i bambini che gridano Osanna (offrendo gioia a chi si vede la propria infanzia derubata), cantano al Dio dell’universo tutte le creature in cui v’è un alito di vita (reclamando il diritto alla vita di tutto il creato).

Non cantiamo solo per noi stessi/e, o solo per ciò che ci resta, ma soprattutto per ciò che ancora ci attende TUTTI/E nel Regno di Dio che viene.

Offriamo a questo nostro amato mondo lo spartito dell’Evangelo.

Il Segretario del Dipartimento di Evangelizzazione

Past. Ev. Ivano De Gasperis

Via Monte Bianco, 91 00141 Roma

340 0741842; ivanodegasperis@hotmail.it

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Voi siete sale e luce

sale

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Mt 5, 13-14

Nell’evangelo di Matteo, queste parole sono dette subito dopo le beatitudini e sono la prova che l’autore del vangelo desidera interpretare il ministero di Gesù in categorie che possano aiutare la comunità a ripensarsi mediante le parole, le azioni e la bellezza spirituale di Gesù.

Questo testo appartiene al famoso Sermone sul Monte, sintesi dell’evangelo, una specie di piccolo manuale di vita e di etica per la vita cristiana. Infatti, nel sermone sul monte troviamo: il Padre Nostro; le beatitudini; detti come quello della porta stretta e di quella larga; parabole, come quella della casa edificata sulla roccia o sulla sabbia. Possiamo dire che rappresenta il cuore dell’insegnamento di Gesù o la sintesi di ciò che, poi, a breve gli evangeli ampiamente ci racconteranno. Queste parole sono dette anche in un ambiente propizio, cioè in un luogo giusto per ascoltare e meditare, senza rumori che distraggono: su un monte appunto. Un po’ come quando la domenica ci si raccoglie in chiesa, per fare altrettanto.

L’invito a essere sale e luce sono parole importanti per l’approccio della Missione Integrale.

Essere sale e luce nella città e per il creato sono espressioni prese in prestito per spiegare la missione integrale della chiesa che darà continuità alle parole di Gesù «sono venuto perché abbiate vita e l’abbiate in abbondanza».

Ci possiamo domandare a chi Gesù rivolge queste parole: forse ai discepoli? Semplicemente alla folla che lo ascoltava?  O alla comunità matteana? Molti studiosi affermano che questo testo è un tentativo di sostegno e incoraggiamento alla comunità sia a sud della Siria sia a nord della Galilea.  Matteo, o chi per lui, organizza il suo discorso da una parte per sostenere e incoraggiare la comunità locale, dall’altra per spronarla a riflettere su argomenti scottanti dell’epoca e per rispondere al grido degli ultimi.

Per fare ciò è necessario che le persone si guardino negli occhi e si riconoscano l’un l’altra come seguaci/e di Gesù e come discepoli/e del Cristo, appunto luce e sale della terra.

Solo così, davanti ai tanti beati e beate contemporanei, potranno comprendere quale dovrà essere il loro impegno missionario.

La situazione era la solita e il libro degli Atti ne è testimone: da un lato vi era un giudaismo farisaico corrotto ed oppressivo, e dall’altra c’era l’Impero Romano che  opprimeva e privava il popolo dei suoi diritti, della sua dignità e della sua libertà.

La comunità, guardando la realtà con gli occhi di Dio, ora sa che i poveri chiamati “beati” sono i contadini impoveriti da un sistema agrario che favoriva i proprietari terrieri, le casse dell’impero e delle sinagoghe. La comunità scopre che povere non erano soltanto le vedove bensì intere famiglie che avevano perso le loro terre per debito e, a volte, erano state costrette a vendere i propri figli come manovali semplici.  Non vi era spazio per spiritualizzare la povertà bensì per riconoscere chi aveva bisogno della grazia di Dio in un sistema che impediva alle persone di avvicinarsi a Lui/Lei.

Sale e luce come araldi di un discorso d’amore che minaccia i potenti e i corrotti di turno.

Sale e luce come annuncio e antidoto all’individualismo diffuso e persistente; alla chiusura delle chiese dentro le proprie mura; alla pretesa di  pensare di possedere la verità e di sapere senza voler vedere con gli occhi di Dio chi è dentro o fuori dal suo amore.  Il voi del nostro testo non è la somma di tutti i nostri io messi insieme. Il voi è importante perché, come afferma il missionologo statunitense Charles Van Engen  «la chiesa è composta dal 10% di persone attive, imprescindibili e devote e da un 90% di persone inattive, periferiche, semi-interessate». (Charles Van Engen, El pueblo misionero de Dios, libros desafio, 2004).

Il “voi siete sale e luce” è un invito a pensarci come discepoli/e, araldi/e, testimoni/e  mediante parole, azioni e gesti che manifestino il Regno di Dio nella città, nel creato,  sul territorio dove siamo stati chiamati/e a testimoniare. Siamo invitati/e e, inviati/e ad essere chiese sale e luce che spuntano come l’aurora, la gloria di Dio.

Sappiate che noi già siamo luce del mondo e sale della terra. Sappiate che lo siamo e che non dobbiamo diventarlo, ma semplicemente dobbiamo essere incoraggiati/e ad esserlo.  Sono bellissime le parole di Gesù perché esprimono una grande estima e fiducia nei nostri confronti e nelle nostre capacità. Cristo, ancora una volta, come disse alle donne fuori la tomba vuota, dice anche a noi «non temete» siete già sale e luce, vi precedo in Galilea.

È una parola che ci invita ad interrogarci sul nostro modo di essere testimoni oggi e sul nostro modo di essere chiese per approfondire e per definire anche oggi per cosa e per chi Dio ci invia al mondo. Voi siete sale e luce ci dice anche che possiamo compiere azioni di luce! Cioè, azioni alternative, come alternative sono state le proposte di Gesù davanti alle scelte politiche, economiche e sociali del mondo che lo circondava.

È anche invito a non rimanere dentro le nostre case e le nostre chiese, a non restare a lenire le nostre ferite bensì a occuparci senza paura della terra, delle nostre città, a osare! Perché siamo già attrezzati per farlo, nulla dobbiamo togliere e nulla dobbiamo aggiungere!

La grazia di Dio in noi ci ha donato la capacità dell’amore, della solidarietà, dell’ascolto al grido di dolore e alla richiesta d’aiuto. Al nostro parlare di Dio c’è chiesto d’aggiungere un modo di vivere che possa rendere evidente la logica di Dio e l’avanzamento del suo Regno, per non apparire come sale insipido, bensì come sale, che dà sapore alle cose della vita e confida nei doni di Dio in noi, e come luce che riesce a illuminare quei luoghi e quelle situazioni in cui è difficile vedere Dio.

Il voi siete, detto da Gesù, è un voi siete che può trasformare, riscattare, rivitalizzare, rivendicare affinché Dio e il suo progetto siano parte integrante della nostra comunità e ciascuno e ciascuna di noi, come operai/e che lavorano insieme a Dio nel compito creativo di trasformazione e redenzione del mondo, sia luce e sale.

Voi siete luce, fatte brillare la vostra luce. Voi siete sale, date sapore alla terra e alla vita sulla terra. Amen

Guida ad un Cineforum

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La stanza del figlio

REGIA: Nanni Moretti

PRODUZIONE: ITALIA 2001

Nanni Moretti, con “La stanza del figlio”, ci parla della perdita di una persona amata, Andrea. E senza dubbio quella descritta dal regista è una tra le perdite più difficili da accettare: la morte di un figlio. Il film narra la storia di una famiglia “normale”, che vive con serenità ed armonia la quotidianità, ed improvvisamente, per un incidente, si trova a doversi confrontare con una nuova vita, segnata dal dolore e dalla difficile accettazione della nuova realtà. Giovanni, Paola ed Irene non saranno più gli stessi; il dolore li separa. Un giorno arriva una lettera inaspettata per Andrea, firmata da Arianna, una ragazza che lo aveva conosciuto per un solo giorno e che se ne era innamorata. Sarà questo episodio a dar avvio ad un nuovo inizio.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE

Partendo da un oggetto, una fotografia, un luogo, un ricordo, condividere in gruppo la propria esperienza di perdita.

A quale dei personaggi narrati nel film ti senti più vicina/o? Perché?

All’interno del film troviamo stati d’animo quali il dolore, la rabbia, il senso di colpa. Prosegui la tavola delle emozioni legata al lutto, secondo quella che è stata la tua esperienza o cercando di immedesimarti in tale stato emozionale, prendendo in considerazione anche le reazioni fisiche e psicosomatiche alla perdita.

Tavola delle emozioni

Dolore
Rabbia
Senso di colpa

Nel film la morte viene affrontata in maniera laica, senza alcun conforto legato alla fede. È una morte non vissuta alla presenza di Dio. Quanto la fede e il sostegno della comunità hanno inciso, o pensi possano incidere, nel dare un significato alla perdita subita e al tuo percorso di accettazione ed elaborazione del lutto?

Quali risorse umane e spirituali pensi di poter utilizzare per te e per gli altri, cosicché le ferite siano sorgente di crescita?

Ne “La stanza del figlio” il dolore divide le persone che si vogliono bene. È una reazione a quanto accaduto; la morte genera un dolore che trasforma le persone e le relazioni.

Condividete nel gruppo le dinamiche familiari dopo la perdita; come sono cambiati i rapporti con gli altri e la società? Quali forme di sostegno – strutturate e non – ritieni si possano  attuare all’interno della vostra comunità di fede per aiutare le persone ad elaborare il lutto e a “ritrovarsi” in seguito alla perdita? Se c’è ancora tempo:

Il protagonista del film, Giovanni, prova un grande senso di colpa per la morte del figlio. Punto di partenza per superare i sensi di colpa è “perdonarsi”. Scrivi una lettera ad una persona cara che non c’è più esprimendo tutti i tuoi sentimenti e “il non detto”.

Il diritto ad una morte dignitosa

12-testamento_biologico

a cura della Redazione

Riportiamo di seguito parte del Documento n. 12 «Direttive anticipate», elaborato dalla Commissione della Tavola valdese per i problemi etici posti dalla scienza. 

Sospensione delle cure

Che cosa succede con i malati gravi che non hanno lasciato alcuna direttiva anticipata di trattamento? Chi si fa interprete della loro voce? Tristram Engelhardt (Manuale di bioetica, Mondadori, 1999, II edizione) sostiene che «Gli individui appartenenti a particolari contesti morali possono comprendere che cosa vale la pena di fare e che cosa no». La questione è però assai più complessa. Si tratta sempre e comunque di fare ricorso a un «giudizio sostitutivo», che può essere quello di un congiunto, dei familiari, degli amici o anche di un tutore legale.

In numerosi ospedali sono presenti dei comitati etici che svolgono spesso un utile servizio di orientamento, ma lasciano aperti anche molti problemi. Come dar voce a chi non l’ha quando si tratta di interpretare uno stato di sofferenza e di dolore, di cogliere la volontà di chi non è più in grado di volere? È più che comprensibile che su questo terreno incerto la bioetica sia sempre più confrontata con questioni di giurisprudenza; al tempo stesso però deve preoccupare la tendenza a voler risolvere con il diritto le questioni etiche conflittuali. Che cosa dire, da un punto di vista pastorale? Come caratterizzare il senso e la pertinenza di un approccio pastorale al problema?

La questione deve situarsi nell’ambito di un approccio interdisciplinare in cui non è data alcuna risposta precostituita. Guai se la teologia pastorale pretendesse di impugnare la spada della verità da usare contro le discipline umane per sostenere un proprio punto di vista insindacabile. È vero che questo è l’atteggiamento massimalista della morale cattolica ufficiale; è una posizione rispettabile ma non è la posizione cristiana tout court, è una posizione fra altre, discutibile come le altre, ed è infatti discussa da molti cattolici che ne prendono apertamente le distanze. Il principio della inviolabilità della vita umana è certamente un principio condivisibile da tutti, credenti e non credenti. Non può però essere impugnato in modo astratto e assoluto il principio della non disponibilità della vita che deve invece anch’esso situarsi nella realtà delle situazioni di conflitto in cui viene a trovarsi una persona particolare e non l’umanità in generale. La stessa tradizione biblica ci orienta in questa direzione quando ci confronta con le narrazioni biografiche e con le trame che le caratterizzano. Un approccio pastorale deve situarsi consapevolmente nel contesto di altri approcci e di altre competenze: ogni sapere, anche quello teologico, va situato in un più ampio cerchio ermeneutico all’interno del quale deve formarsi la decisione. Si tratta di essere all’ascolto di competenze diverse che cercano di interpretare il caso particolare. Che ciò comporti umiltà e il riconoscimento di una comune in-competenza di fondo dovrebbe evitare affermazioni assolute e arroganti. Su questi problemi ultimi, lo Stato è incompetente così come lo sono le Comunità religiose. Qualcuno però deve prendere una decisione responsabile. E tale decisione non può che essere il risultato di un lavoro collegiale di tutti gli interessati, in cui ognuno sa di non possedere dei criteri assoluti da contrapporre ad altri. La domanda: chi decide per lui/lei quando non ha voce, è una domanda che richiede una decisione responsabile, ma è anche questione permanentemente aperta, che deve restare aperta, affinché le decisioni umane che si devono prendere siano consapevoli di questa sostanziale in-competenza all’origine.

Entrando ora nel merito della sofferenza di persone che sono invece pienamente lucide e consapevoli del loro stato di malattia, sosteniamo il loro pieno diritto di assumere la decisione ultima sulla sospensione delle cure e il loro diritto a morire. Paul Ricoeur ha combattuto ogni concezione totalizzante della norma morale, sostenendo che l’esigenza di universalità della norma non può essere interpretata a sé ma unicamente in relazione alla singolarità e unicità di ogni persona umana. La vita umana è fatta anche di «tragicità» ed è dunque compito dell’etica e della pastorale confrontarsi seriamente con la dimensione di conflitto che è propria dell’umano. «La saggezza pratica» ricoeuriana sostiene l’esigenza etica di «dare la priorità al rispetto delle persone, nel nome stesso della sollecitudine rivolta alle persone nella loro irrinunciabile singolarità». Ed è sempre nel nome di questa saggezza pratica che siamo chiamati a «inventare i comportamenti giusti e appropriati alla singolarità dei casi». È quanto suggerisce l’antica Regola d’Oro ripresa anche dai vangeli: «Tutte le cose che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro» (Mt. 7,12; Lc. 6,31); si richiede reciprocità nella disponibilità. Si resta nell’ambito di un’etica di umanità che situa la norma all’interno di un patto di alleanza con l’altro da me: «puoi contare su di me», che evita l’impersonalità di una norma che può diventare disumana quando si erge a principio oggettivo e non vuol saperne di eccezioni. In ogni situazione conflittuale resta dunque viva e operante la dimensione della reciprocità della promessa. Anche in bioetica l’approccio relazionale è quello decisivo, non quello biologico né quello ontologico. In questa cornice l’etica medica può riconoscere il diritto del paziente a decidere la sospensione delle cure e il suo diritto a una morte dignitosa.

COMMISSIONE DELLA TAVOLAVALDESE PER I PROBLEMI ETICI POSTI DALLA SCIENZA

(Commissione Bioetica)